Il paese dei gatti

Recensioni, segnalazioni, osservatorii, racconti, suggerimenti

Essendo capace di intendere e di volere, di Salvatore De Matteis

In nome di Dio che mi assiste nella verità.
Soltanto oggi, deluso e amereggiato per il comportamento disamorato di mia moglie la quale mi ha lasciato pur sapendo delle condizioni di salute in cui mi trovo, in piena facoltà e in pieno ferragosto esprimo la mia sacra volontà testamentaria mai espressa prima d’ora.
A mia moglie non lascio niente, nemmeno le impronte su questo foglio che non sono lagrime ma gocce di sudore. La legge se dispone diversamente si assume la responsabilità morale di contrariarmi nel giusto.
Veramente io non so che resta dopo gli scialacquamenti della predetta, ma se resta qualcosa nomino erede universale mia nipote. Se no, basta il pensiero. E così sia.

Testamento lografo da me confezionato secondo consiglio legale di Peppe ‘a Paglietta che se ha sbagliato l’affogo dall’aldilà morto e ‘bbuono. Dice che, essendo moribondo, la mia volontà, scritta a mano con la data e la firma, vale pure con gli errori e sparambio il notaro. Perciò io mi fido e scrivo come posso.
In primis. Tutto ai miei figli e niente a mia moglie diciamola così, che mai la voletti sposare e feci bene. Madre disamorata. Chi sa dove sta.
In secundis. Leggittima a Michele figlio, leggittima a Elena figlia, leggittima a Gaetano figlio dal loro caro padre estinto qui presente che li ha riconosciuti al tribunale e li vuole bene come sanno.
In terzis. Superchio a sorema e al soprastante Peppe suo marito, con onere di cura fino a morte fatta e esequie. Se muore Peppe prima di me, che mi pare possibbile datosi che sta scassato buono per vizzi di gioventù, il superchio va tutto a sorema con onere di cura e di esequie come sopra.
In fundis. Mi arracomando le esequie. Non facciamo le solite figure di pezzente.

Solitudine
fai grande l’amore
il bisogno di averlo
il timore di perderlo.

Io sottoscritto Monaco Ciro 19-08-1908, nato e vissuto qui fino al giorno della mia morte, attesto con questo testamento a mia moglie Maria 7-7-1907 del Secondo letto, che le lascio l’affetto e tutta l’eredità.
Padrona assoluta che se la può vendere e la può donare a chi essa vuole. Ma è meglio che non la vende e non la dona fino a che campa. Se no, come camperebbe?
Da signorina viveva nel basso con dieci fratelli e sorelle, i genitori suoi e quelli di suo padre. Per dormire dovevano togliere il tavolo, e per mangiare dovevano accatastare i letti. In caso di malattia, i sani potevano mangiare solo freddo e in piedi se ce n’era anche per loro. Insomma, erano persone brave e numerose, proprio come li preferisce la miseria nera. Io scrivo questo ricordo non per offesa alla famiglia o a lei, ma solo per non vendere, altrimenti non campa, ritorna nel basso e io dove vado non la posso aiutare.

Qui ho posseduto altre donne come sai, ma non ho contratto relazioni stabili che potessero contrastare con la mia morale di uomo libero, anarchico, in qualche modo puro, o con la mia religione che mi ha fatto rimanere attaccato come un’ostrica al mio povero e modesto focolare che spero ardentemente di ritrovare per quanto vecchio e malandato possa essere diventato.
Un uomo comune si vendicherebbe piantandoti, maledicendoti, procurandoti ogni sorta di problemi. Io non lo farò. Non resterà in eterno la tua divina bellezza! Allora, finalmente, pur ripudiandoti per come sei, per lo strazio ed il tormento che mi hai dato, potrò plasmarti a modo mio nella mia fantasia. Solo lì posso ritrovarti e continuare ad amarti disperatamente come ti amo. Non ti dolere di queste mie parole! Se vuoi, confortati pensando che anche un’altra donna al tuo posto avrebbe potuto darmi il tormento e l’insoddisfazione che mi dai tu.

Vi voglio bene a tutti nel sentimento di libertà e di volontà che qui sottoscrivo.
Questo testamento è stato scritto tutto di mio pugno nel prefabbricato di terremoto dove muoio di clima ostile e disagio, ma di più d’incazzatura per la indifferenza delle autorità civili, militari, religiose, specie comunali che si hanno rubato i miliardi della gente e la salute mia.

Tutte le cose della vita
hanno un senso,
il tarlo le attraversa
ciascuno è un tarlo.
Tanti tarli tanti buchi
e le cose della vita
non hanno più senso.

Ho scritto questo mio testamento la notte del 23 aprile 1954 alle ore 01 cioè praticamente il giorno 24 aprile 1954 mentre ero in servizio in clinica. Credo che questa data è significativa perché coincide con il mio onomastico. Per la speciale ricorrenza di cui mai una volta vi siete ricordati, ho deciso di fare io a voi un regalo: vi comunico di avervi diseredato.
Ho infatti alienato gradualmente il mio patrimonio immobiliare e donato il danaro che ne ho ricavato. Mi auguro di avere tempo e abilità sufficiente per sottrarvi ciò che resta. Nel caso tuttavia che mi sopravvivessero dei beni, ne nomino beneficiario la clinica sperando che conoscendo i nostri reciproci sentimenti, abbiate l’orgoglio e il buon gusto di non impugnare il presente testamento.
Siete dunque sul lastrico e da qualche anno vivete al di sopra delle vostre possibilità. Quando ne sarete informati, sarà tardi per ogni rimedio e avrete finalmente un buon motivo per portarmi rancore per tutto il resto della vostra vita.
Spiacente di avervi conosciuto. Mi auguro di non rivedervi mai più.

Non ciò altro.
Quando sarò morto dovete cercare il mio testamento qui presente dietro all’armadio. Se non lo cercate dietro all’armadio non lo trovate, e allora è inutile che lo cercate.

251-3

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