Il paese dei gatti

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#letture Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon

image_bookE’ un libro molto particolare, credo si possa dividere in due parti: la prima è un giallo, c’è una vittima, bisogna trovare il colpevole. Il fatto che la vittima sia un cane rende tutto già più anomalo. La seconda parte è più psicologica/emotiva (anche se forse l’aggettivo “emotivo” è il meno adatto, in questo libro). Il protagonista si mette alla prova. Ci sono degli ostacoli, dei limiti, ma sono lì per essere superati.
Sono rimasta seriamente affascinata dal protagonista: in primo luogo, certi aspetti della sua patologia, ad una lettura più introspettiva, non sembrano più così tanto patologici. Alzi la mano chi non si è riconosciuto in almeno una delle particolarità di cui questo ragazzino è affetto. Per esempio: il fastidio del contatto fisico, il desiderio di restare in una stanza con meno persone possibile, non rispondere se non viene formulata almeno una domanda esplicita, nascondersi per non essere visti (chi non ha mai scelto di percorrere una strada secondaria perché quel giorno non aveva voglia di vedere nessuno?).
In secondo luogo, attraverso la storia, che funge da filtro in un certo modo tra i lettori (sani) e il protagonista (affetto da una patologia), la patologia non sembra più una malattia vera e propria, ma piuttosto uno squilibrio fra le componenti della psiche umana. Se la mente di un soggetto è formata in parti omogenee di logica ed emotività (ma chi può dire di averle davvero proporzionate ed omogenee?), questa sindrome rivela come può diventare una persona la cui emotività si assottiglia ai livelli minimi essenziali, lasciando solo ed esclusivamente in balia della pura logica. Forse poco più che un automa, anche se questa definizione sarebbe riduttiva e in ultima analisi ingiusta. In realtà, si tratta di una persona che ha solo la percezione di sé, delle proprie esigenze, dei propri pensieri, desideri, paure, necessità e che non si cura minimamente degli altri esseri umani. L’istinto di sopravvivenza portato ai massimi livelli. La persona rimane legata soltanto alle persone che gli garantiscono cibo e una stanza dove dormire (i genitori), ma è incapace di esprimere anche a loro una sola parola di amore.
Ma senza eccedere nella patologia che il libro racconta, quante volte ci è capitato di essere o di incontrare persone non poi così diverse, che amano solo se stesse e non sanno donarsi al prossimo. L’autismo forse, nelle sue forme più blande, è più diffuso di quanto generalmente pensiamo.
Credo anche che l’Autore abbia delineato molto efficacemente i personaggi secondari (genitori e insegnanti). Si ha davvero la percezione che non esistano davvero, ma che rimangano sullo sfondo, quasi non avessero sentimenti propri attraverso lo sguardo del ragazzino. Invece, il lettore riesce ad andare oltre la descrizione data e si coglie la tragicità delle loro esistenze, completamente sacrificate, per amore (quello vero, disinteressato) di un figlio, o un alunno, che non riesce neppure a sopportare che gli si tenga la mano. Il momento per me più commovente è quando il protagonista racconta con semplicità disarmante che “per fortuna” sta andando tutto per il meglio, che la mamma ha trovato un lavoro (in realtà un lavoro terribile e per lei mortificante) non si sa dove e che grazie alle pastiglie ora lei non piangeva più, anche se le danno dei giramenti di testa, talvolta.
Ho poi notato che nel corso del romanzo il protagonista si emoziona una sola volta: all’ esame di matematica. Mi ha fatto riflettere come in una vita di sola logica, l’emotività emerga non nelle forme dell’amore, ma come competizione con se stessi per il raggiungimento di un obiettivo. Mi sono chiesta, mentre leggevo: siamo sicuri che sia davvero l’amore che fa girare il mondo, e non qualcosa d’altro invece? Le nostre ambizioni, per esempio.

E mi sono tornate alla mente quelle righe, dai racconti di Cognetti (Manuale per ragazze di successo):

La matematica funziona perché non è la vita. E’ bella perché ha sempre ragione o perché tu non hai i mezzi per darle torto, che è la stessa cosa. Ne dico una qualunque: due rette parallele non si incontrano mai. A me piace dirlo e a te piace crederlo, perché nient’altro nella tua vita resiste così bene al problema del tempo.

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Questa voce è stata pubblicata il 15 giugno 2009 da in Libri, Recensioni, Romanzi con tag , .

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