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#pensieri : Il processo, di Franz Kafka

imagesUn giorno un amico, molto lettore, mi disse che riteneva Kafka “piuttosto un colossale creatore di incubi che di sviluppi romanzeschi”. Si riferiva in particolare ai racconti Il messaggio dell’imperatore e Il silenzio delle sirene. Credo avesse parecchio ragione.

In questo romanzo, Kafka (o chiamiamolo con l’appellativo che si è scelto: K.) inizia parlando di una cosa, umana e confusa, e finisce parlando di un’altra, più ampia, di divina imperscrutabilità. Inizialmente parla di una accusa e di un processo, avanzata e condotto dagli uomini. In finale, K. sta parlando di un giudizio sulla sua anima, sul suo essere uomo, condotto da un essere supremo. La mortalità è la condanna. A suggerire questa lettura sono prima di tutto le ambientazioni: inizialmente, soffitte polverose, poi una grande cattedrale, spazi aperti e sconfinati, dove si può a malapena scorgere una figura femminile che si affaccia da una finestra…
Il processo non è qualcosa di oggettivo e materialmente percepibile: inizia nella mente dell’uomo, si sviluppa in essa, ma ci sono degli elementi nella realtà che sembrano accompagnare la formazione di questa consapevolezza. Elementi eterei, impressioni, parole non dette, sguardi. La prima parte del libro è indecentemente divertente. Il buon senso farebbe pensare ad una finzione per l’assurdità dei contesti e delle situazioni: la confusione, la totale inaccessibilità ai meccanismi burocratici della giustizia, e tutto questo nonostante la disponibilità e la buona volontà del personale di servizio (ci troviamo proprio di fronte a due realtà diverse e non comunicanti), gli uffici nascosti nei posti più improbabili, l’atmosfera greve. Tuttavia, l’esperienza, invece, evidenzia molte somiglianze con la realtà. Kafka ha davvero descritto con parole e letterariamente l’essenza e la natura intima della vicenda processuale della nostra tradizione giuridica.

Se lette come riproduzione empirica della realtà, c’è qualcosa di sottilmente geniale in queste pagine. Certamente non è un caso che Kafka scelga di esprimere la alienazione e la estraneità dell’uomo al Giudizio eterno tramite il modulo del sistema processuale terreno, che è del tutto caos. E riflettendoci meglio, ci si può chiedere se sia davvero casuale che il sistema di giustizia, in ogni paese, soffra di caos congenito. Chi più, chi meno, ma la Giustizia, in un paese, è sempre un tasto dolente, una materia delicata, non esiste riforma che possa offrire una soluzione definitiva. Non sarà forse la materia in sé che non può essere ricondotta ad alcun tipo di ordine? Che in ultima analisi è al di là di ogni umana facoltà?

Un’ultima riflessione vorrei spenderla sul ruolo dei personaggi femminili nella letteratura di Kafka, e in particolare in questo romanzo. Io credo che le donne personificano, in un certo qual modo, la Giustizia. Ma una giustizia ambigua (forse l’unica che può davvero esistere per l’uomo sulla terra?), come una ragazza facilmente accessibile da chiunque, nelle stesse aule giudiziarie, sul pavimento davanti a tutti, o una serva maliziosa nello studio dell’avvocato, promiscua, passionale e devota allo stesso modo, con tutti, ma scostante e irraggiungibile fuori dal tribunale e dagli studi professionali forensi. Il desiderio sessuale forse simboleggia il tentativo umano di possedere la Giustizia e farla propria. E così come l’atto sessuale è inadeguato di per sé per stabilire un possesso della persona, anche i protagonisti kafkiani non possono né riescono a possedere, ma nemmeno a intravedere la Giustizia nei loro processi. La brutalità e volgarità con cui il Giudice cerca la Verità del processo tra le pagine di un insignificante giornalino pornografico azzerano di riflesso la sua credibilità e autorità. E’ l’umano alle prese con il Giudizio: ingestibile, incomprensibile, semplicemente non ne ha i mezzi. Però il potere rimane sempre a lui, in quella fase: un incompetente al potere, l’uomo è limitato per natura, questo credo voglia disperatamente dire l’Autore. La donna del Tribunale è sposata con il funzionario (un cancelliere?), figura che dovrebbe rendere un servizio umile, ma fedele e onesto, alla Giustizia: e infatti, la ha sposata. Ma il Giudice è il suo amante, lei lo rincorre ovunque, convinta che (se lui la possederà), forse l’imputato potrà trarre qualche vantaggio. Lo studente di Legge, nella sua volgarità fisica, è il più passionale, forse anche innamorato, rappresenta l’entusiasmo di colui che ancora non conosce il reale funzionamento del sistema, e rappresenterà poi anche la frustrazione che ne deriva, la percezione della insensatezza allo stato più puro. Ma la donna-Giustizia è ingenua e volubile, non sa resistere a tanta passione, si fa rapire come fosse una ragazzina indifesa. E sempre una donna (quindi, la Giustizia) sarà l’ultima cosa che il condannato a morte riuscirà a scorgere mentre la lama gli trafigge il petto: una donna alla finestra che tende le braccia.

Mi ha molto commosso aver letto in una nota che una prima bozza dell’opera non prevedeva la apparizione finale della donna alla finestra. K. avrebbe dovuto morire senza nulla a cui appellarsi, a cui ancorare la propria fede. Invece, poi è stato deciso che il finale doveva suggerire l’esistenza di qualcosa di altro, più alto delle ordinarie vicende umane di
vita e di morte. La (personificazione della) Giustizia, in Kafka, è forse il “soggetto” più impotente di tutti. Vorrebbe aiutare, l’uomo, ama l’uomo, come una divinità lo guarda dall’esterno, ne è innamorata, lo vede bello, ma non può fare niente per lui. Totale incomunicabilità. L’uomo e la Giustizia hanno un viscerale bisogno l’uno dell’altra, si desiderano, ma non possono raggiungersi. Come nelle più travolgenti storie d’amore. Non si sa se la Giustizia soffra della sua impotenza, non si capisce… il suo comportamento ha tratti leggeri e spensierati come solo le divinità possono essere. Può un Dio soffrire o struggersi per l’uomo? Sarebbe davvero commovente, e il finale del libro, a ben vedere, è un bel po’ commovente.

Cosa ha voluto dire Kafka con tutto questo? forse, che nel momento in cui l’uomo si fa adulto e consapevole, e inizia a interrogarsi sulla natura del proprio animo, la vita diventa un lungo ed estenuante giudizio, un processo. Nessuno, ma proprio nessuno, ha idea di che cosa si stia parlando. Cosa sia il procedimento, quale sia l’oggetto, chi lo conduce. Ne si conosce solo l’esito. Il processo non può concludersi che con la morte. Ma questa consapevolezza è temperata da una speranza di salvezza fondata su un qualcosa non troppo chiaro, come tutte le speranze, dopotutto.

Siamo tutti colpevoli di eccessiva umanità. E perciò, siamo tutti belli nella nostra mortalità. In qualche mito greco, ricordo, persino gli dèi ci invidiavano.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 maggio 2010 da in Gli scaffali delle case editrici minori, Libri, Pagine e incubi, Romanzi con tag , .

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