Il paese dei gatti

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#letture Biancaneve, di Donald Bartheleme

73fc69f7165ed8a65f437611526e6f8a-jpegCosa rimane della favola di Biancaneve nella società americana anni ’60? Non esiste una trama vera e propria, questo libro è piuttosto una serie di brevissimi racconti, che descrivono scene, umori, riflessioni, e compongono una sorta di mosaico che dà la visione generale della storia. Una ragazza di 22 anni, che in attesa del principe azzurro accudisce sette uomini che l’hanno salvata nella foresta (perché sto con voi? – lei stessa rivela – perché non ho saputo immaginare nulla di meglio…ma la mia immaginazione si sta risvegliando, vi avverto. E i sette capiscono che qualcosa sta cambiando).

Biancaneve si ritirò dalla finestra e ammainò i lunghi capelli neri che penzolavano fuori. <<Nessuno è venuto ad arrampicarsi fino alla finestra. Questo dice tutto. Vivo in un’epoca sbagliata, quest’epoca non mi si confà. C’è qualcosa di sbagliato in tutte queste persone che se ne stanno laggiù con la bocca spalancata e l’occhiata balorda. E in tutti coloro che non si sono almeno cimentati ad arrampicarsi fino alla finestra. A coprire il ruolo. E nel mondo in se stesso, che non è in grado di fornire un principe. Che non è in grado perlomeno di essere abbastanza civilizzato da fornire la corretta conclusione alla storia.>>

Trascorre i giorni rimirando il proprio corpo nudo nello specchio, ondeggiando la folta chioma giù dalla finestra, o semplicemente tamburellando annoiata le dita sul letto. Legge, studia, parla ostentatamente forbito, come anche tutti gli altri personaggi della favola. Ma spesso il linguaggio raffinato è fine a se stesso, e non si accompagna ad alcun contenuto. Una estetica inutile (molti capitoli e riflessioni sono dedicati alla “filosofia della spazzatura” e alle “parole-imbottitura”, quelle parole che riempiono le frasi senza alcun significato o funzione se non quella di occupare spazio). Lo stesso concetto di inutilità è la chiave di lettura della intera favola. I personaggi si perdono in dettagli di contorno, nessuno riesce a capire cosa è davvero fondamentale per la propria felicità. Nessuno sa di cosa ha bisogno. Da qui nasce anche la frustrazione dei sette amici, che percepiscono la insoddisfazione di Biancaneve, il suo desiderio di “volere di più” (ma cosa?) e tentano di opporsi con iniziative deliranti quanto esilaranti, ma anche definitivamente patetiche. Il problema viene infine attribuito alla presunta mancanza di leadership da parte di Bill (già Dotto), che sarà poi impiccato. Una sorte migliore non tocca a Paul, il Principe azzurro. Si aggira per il mondo nella speranza di essere notato e ripreso in tv, dopo essere appartenuto a un Ordine di monaci. Naturalmente, si rivela assolutamente incapace di assumere l’iniziativa nei confronti di Biancaneve, limitandosi a costruire un bunker sottorraneo in prossimità della finestra della ragazza e a nascondersi lì per spiarla quando lei si spoglia davanti allo specchio. Biancaneve non esita a degradare il principe a semplice ranocchio senza prospettiva di mutazione, ma rimane comunque incantata dal fascino del sangue blu che solo lui sembra offrirle, sempre migliore di un qualsiasi altro sangue “borghese”.

Chi è la strega barthelmiana? Jane. Perché Jane? Nessuno lo sa. Forse un implicito richiamo alla Jane tarzaniana. E’ in coppia con il cacciatore (l’unico, lui sì, veramente cattivo di tutta questa favola moderna), che la vuole per sé, senza saperne bene il motivo. Giusto per sicurezza, la tiene incollata al sedile della sua auto perché non possa allontanarsi da lui. Ma anche il cacciatore, come sappiamo, non può resistere al fascino dei capelli ondeggianti di Biancaneve. Jane è gelosa ed escogita il drink mortale. Ma in un improvviso tentativo di ostentato machismo, il principe finirà per bere la pozione avvelenata destinata a Biancaneve e morirà. Biancaneve porterà crisantemi sulla sua tomba ma presto lo seguirà nello stesso destino. I sette amici (ormai sei) si attivano per trovare un’altra donzella.

“Ciò che mi turba è la qualità della vita nel nostro grande paese, l’America. A me sembra una vita di privazione. […] gli americani non possono o non vogliono vedersi come figure principesche. [..] Ora è possibile che essere principesco non sia in sé una cosa buona. E naturalmente c’è la nostra lunga tradizione democratica che agisce in funzione antiaristocratica. L’egualitarismo preclude il principesco. E tuttavia in seno al nostro popolo non regna l’eguaglianza in nessun senso. [..] Ridistribuire il denaro. Ciò si può ottenere in un solo modo. Rendendo i ricchi più felici. Nuove amanti. Nuove amanti che rendano la loro vita eccitante e realmente ricca… Dobbiamo fare approvare una legge secondo cui tutti i matrimoni delle persone che dispongono di più delle stretto necessario per vivere siano annullati fin da domani stesso. Dobbiamo liberare queste povere persone benestanti e mandarle a giocare nei prati.”

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Questa voce è stata pubblicata il 29 luglio 2010 da in Gli scaffali delle case editrici minori, Libri, Pagine e incubi, Recensioni, Romanzi con tag , , , .

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