Il paese dei gatti

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#letture Ermanno Cavazzoni – Storia naturale dei giganti

imgresUno studioso dei giganti, dei loro usi, costumi, etnologia, cibo, linguaggio e attività sessuale (molto approssimativa, per la verità: i giganti rapiscono in genere belle ragazze di sedici anni, ma non hanno mai avuto idee chiare sull’uso, le guardano davanti e dietro, qualcosa intuiscono che potrebbero fare, ma non sanno che cosa in specifico; e ciò infatti li ha portati rapidamente all’estinzione, questa loro incompetenza sessuale; tanto che oggi i giganti non ci sono più, nessuno li nomina, neanche come argomento poetico, scomparsi, come sono scomparsi i mammuth e presto scompariranno anche i panda)… dunque, mentre lo studioso scrive il suo trattato, è assalito dalla concupiscenza carnale, cosa frequente in chi studia, dalla passione per una giovanissima signorina, e poi dal tarlo furioso della gelosia per i liberi amori e amoruncoli che lei gli racconta e su cui lo studioso rimugina maniacalmente, mentre rimugina anche sui giganti.
Gli studiosi sono sempre stati famosi per l’accanimento e la maniacalità sentimentale. Finché lo prende la voglia di essere extraterrestre, e di punire il genere umano: in particolare quei soggetti che abbiano avuto contatti venerei, o sguardi, o altro, con la signorina suddetta. Nella gente è sempre esistita molta voglia di extraterrestri, a ristabilire la giustizia; e la voglia continua anche oggi. Vedremo come finirà; se per caso invece ci estingueremo, noi con le nostre illusioni, come si sono già estinti i giganti.

Da dove cominciare? Dalla tecnica narrativa, forse. Una scrittura che stiracchia la grammatica da tutte le parti, un flusso di coscienza colloquiale, spezzoni di dialoghi riportati analiticamente, appunti di studio (sui giganti), concetti sconclusionati contenuti in una logica improbabile. Terminato ogni capitolo è inevitabile sorridere, o ridere proprio, e pensare “ciò non ha senso”. Salvo accorgersi di un repentino reflusso di coscienza, una certa maliziosa astuzia tra le righe, e subito ci si domanda “ma siamo sicuri che queste farneticazioni, questi studi (apparentemente) inutili non nascondano un significato importante? ben preciso?” La sensazione inafferrabile che nelle pagine si celi qualcosa di vero.
Dopotutto, come dice l’Autore stesso (riferito ad un libro di propaganda nel romanzo, Gli alieni fra noi)

Forse questo libro è un po’ estremo; ma qui si viene al mondo e non si sa chi si è, da dove si viene.

Da dove veniamo? E chi erano questi colossi? Resi noti dai poemi cavallereschi italiani del XIV e XV secolo, ammassi di carne senza cervello, bramosi di giovani creature da tenere a disposizione, da ammirare, frustare, di tanto in tanto, o mangiare, perennemente impacciati e confusi, certamente sempre incompresi, sfruttati come macchine da guerra, poi assoldati dalle fate strateghe come vedette dei ponti e delle torri che presidiano i loro castelli incantati, per meglio attirare i cavalieri erranti,

i guardiani … attraggono invece che allontanare il nemico, e i giganti infatti si dimostrarono sempre un richiamo e un motivo di intensa soddisfazione militare (come ben sapevano le fate, che infatti li usavano più come esca che come barriera)

infine declassati a semplici mezzi di spostamento di merci e materiali (antichi tir), nonché dopo il rinascimento degenerati in poveri pazzi, reclusi, infine sedati in case di cura ottocentesche. Non ci ricordano proprio nessuno?
E ora che destino potrà mai avere un mondo senza giganti? Forse ce lo può suggerire il gigante ladrone:

un tale, che viveva vicino a un bel palazzo abitato da una dama graziosa e da tante dame sue coinquiline […] e ogni giorno verso sera veniva a gridare sotto il palazzo, cercava di spaccare la porta […] Ma non avendo la competenza in fatto di brigantaggio, si ostinava a gridare contro le dame di quel palazzo, le minacciava di rapina a mano armata e anche di atti da farsi col suo membro pendente, sempre però restando sul vago a proposito del dove e del come; lo diceva per sentito dire, i giganti su ciò possiedono un repertorio di frasi, anche molto chiare, dirette, ma è dubbio ne conoscano il significato. Senonché le dame avevano messo un nano su un balconcino, che vedendo il gigante […] suonava un corno a più non posso, era pagato per questo; ma era anche uno sfogo della sua libido; tutte correvano alle finestre, tiravano sassi, mattoni, frecce con le balestre, finché il gigante non se ne andava, dopo avere in genere però fessurato il portone e averlo quasi spaccato. Il nano smetteva di suonare e stava lì stordito sul terrazzino come uno a cui hanno tolto del sangue. […] La vertenza si sarebbe protratta all’infinito se non fosse passato di lì Mandricardo, […], che taglia il gigante sotto il ginocchio; […] Nell’immediato la reazione generale fu di facile gioia, ma non si sa in seguito che altre forme di godimento fossero rimaste in quel palazzo: le dame è probabile si sentissero vedove e il nano senza materia prima orgasmatica. Questo significa che per un momento […] i giganti furono ad un passo dall’essere necessari, per l’ecosistema emozionale.

Possiamo vivere senza i nostri giganti? Forse no, come testimonia l’episodio finale della zia. Ma non voglio fare ulteriore spoiler.
Quale futuro, dunque? La risposta forse è del gigante filosofo, che

guarda in cielo, speranzoso che nel mondo accada qualcosa oltre che nevicare, venire sereno, vedere la luna di giorno, vedere le nuvole, illudersi, eccetera, vedere il giorno come s’allunga, e come presto rinascerà l’erbetta.

E poi c’è lei.

Apparsa una settimana fa …. come un fenomeno d’approssimazione all’equinozio, da cui vengono anche le fate; le quali possono avere diciannove anni, come lei ha, o qualunque altra età, ma per chi le guarda l’età è sempre quella.

Leggetelo.

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