Il paese dei gatti

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#letture La dodicesima notte (o quel che volete) – William Shakespeare

perché ben sa ogni figlio d’uomo saggio
qual è la conclusione d’ogni viaggio:
i viaggi si concludon tutti quanti
in un incontro di teneri amanti.

imgresIo non ho dubbi, questa non è una commedia. Struggente e leggero insieme. Ho letto una penna amarissima, disillusa, arrabbiata. Furiosa, da prendersela con l’intero genere umano presente e futuro, ossia i lettori e gli spettatori. Per l’eternità. Tutti beffati da uno Shakespeare commediografo serissimo, quasi fosse il dio amore in persona, offeso.
L’opera sembra una tragedia dove la leggerezza (che non è leggerezza gioiosa, ma scaturisce da una sostanziale miopia verso la vita – essere e non essere: due generi di leggerezza che sono e non sono uguali allo stesso tempo) e l’ottusità dei personaggi creano un vero e proprio inferno dei sentimenti, dove l’amore è fondato esclusivamente sull’aspetto fisico dei protagonisti (che infine si riveleranno totalmente interscambiabili fra di loro): Viola innamorata di Orsino solo udendo il suo nome sulla spiaggia; Orsino che usa l’amore come un abito, ma pronto a rinfacciare alle “donne” di vivere l’amore come un appetito saziabile, al pari di quello alimentare; Olivia, inizialmente simbolo della massima virtù (il gentiluomo di Orsino è ammirato: “chissà di che forza d’amore sarà capace questa donna per il suo uomo, se nei confronti del solo fratello si strugge così tanto”) tradisce con una insospettabile disinvoltura chiunque (il voto reso al fratello è subito dimenticato di fronte ad un gesto elegante della mano di Viola; la promessa rivolta a Sebastian di non far parola a nessuno del loro legame è violata dopo pochi versi chiamando il cappellano a testimoniare pubblicamente la cerimonia segreta), e così via.
Nessuno sembra accorgersi di nulla, tutti sembrano pazzi, e proseguono a usare parole altisonanti per definire le loro meschine situazioni. Nulla ha più senso o il minimo valore. A questo punto, Shakespeare tocca l’apice, fa letteralmente a pezzi la trama. Tanto, cosa conta? sembra voler dire. Cosa importa per voi (spettatori)?  Il Capitan Antonio viene condotto via dai gendarmi, ma ricompare subito dopo, libero, chiedendo spiegazioni sugli avvenimenti, e poi sparisce dalla scena, di nuovo, non si capisce che fine fa. Ho letto nelle note che nessun curatore del’opera sembra essersi preoccupato della incongruenza. A me pare creata ad arte, da uno Shakespeare fuori di sé e disperato.
Il personaggio chiave, il vero protagonista, l’unica persona “seria” insomma, è il giullare/Buffone. Vive di versi e parole, indirizzandoli ad un pubblico assolutamente incapace di coglierne il senso. Esemplari sono i dialoghi con ser Tobia e il “cavalier” Andrea. Il Giullare gioca con loro come un gatto con i topi: li tira per la coda, li acchiappa e li lascia andare. Tutto per il suo diletto, uno scaccianoia. Ma loro non se ne avvedono, ufficialmente è lui che li sta intrattenendo e la loro ottusità è un muro invalicabile che copre i sottili giochi di parole schermitori del Giullare. E ancora, Orsino gli richiede una canzone d’amore gradevole che attenui le sue pene, ma ciò che gli sarà servito è una canzone degna di una funzione funebre. Ma Orsino pare non notarlo. Tutti sembrano vedere un significato diverso da quello reale. Di ciò il Giullare non fa una malattia, anzi si diverte fra sé e sé, nella propria solitudine e chiede denaro per la sua arte ogni volta che ne ha l’occasione. Totalmente solo e incompreso, ma almeno pagato: sembra essere tutto qui il miglior destino di un uomo che sa vedere e intendere la realtà.
E quale è questa realtà? Semplicemente terribile: la realtà è e non è allo stesso tempo.
Shakespeare sembra intendere qualcosa che va oltre la mera contrapposizione essere/apparire (ossia, ciò che appare non è). Non è solo questione di “apparire” diversamente. Ciò che ontologicamene è, allo stesso tempo ontologicamente non è. Come due gemelli perfettamente identici. Ciascuno è se stesso, ma non è l’altro. Anche se possono essere scambiati. Perché in effetti sono identici di aspetto (se uno veste i panni dell’altro). Come quando si vive un sentimento, condiviso con una persona, salvo capire che lo stesso sentimento è dall’altro vissuto in maniera completamente diversa. O addirittura, con totale assenza di serietà. La serietà, questo è il discrimine, nel libro, fra ciò che è e, allo stesso tempo, non è. Shakespeare è come il Giullare, si fa beffa dei propri committenti. Al loro soldo, per le sue beffe. Gli è stata commissionata una commedia, confeziona un’opera che farà ridere tutti, ma che è in realtà una disperatissima tragedia. E anche il titolo, non si preoccupa di nascondere la reale natura dell’opera. Quel che voi volete. Come dire, leggete in questi atti quel che voi volete, e divertitevi quanto volete, tanto non capirete comunque di cosa sto parlando.
Forse la tragedia più amara e disperata di tutta la produzione Shakesperiana.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 gennaio 2011 da in L'Europa, Letteratura innamorata, Libri, Recensioni con tag , .

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