Il paese dei gatti

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#quotes Le sirene di Kafka (e il messaggio dell’imperatore)

Due racconti segnalati da un amico (lettore), con avvertimento: sono i più mostruosi scritti da quel creatore di incubi che è Kafka.

Concordo. Sono brevi, ma potrebbero richiedere molto tempo. Il ritmo è segnato dalla sostanza che leggiamo.

Ho aggiunto anche un commento epistolare dell’Autore; e un altro, davvero interessante, di Pietro Citati.

Il messaggio dell’imperatore

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.

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source: deviantart

Il silenzio delle Sirene

Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza. Per difendersi dalle Sirene, Odisseo si tappò le orecchie con la cera e si lasciò incatenare all’albero maestro. Naturalmente tutti i viaggiatori avrebbero potuto fare da sempre qualcosa di simile, eccetto quelli che le Sirene avevano già sedotto da lontano, ma era risaputo in tutto il mondo che era impossibile che questo potesse servire. Il canto delle Sirene penetrava dappertutto e la passione dei sedotti avrebbe spezzato ben più che catene e albero. Odisseo non ci pensò, benché forse lo sapesse. Confidava pienamente in quel poco di cera e in quel fascio di catene, e, con innocente gioia per i suoi mezzucci, andò direttamente incontro alle Sirene.
Ora, le Sirene hanno un’arma ancora più terribile del canto, cioè il silenzio. Non è certamente accaduto, ma potrebbe essere che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Al sentimento di averle sconfitte con la propria forza, al conseguente orgoglio che travolge ogni cosa, nessun mortale può resistere.
E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio. E, in effetti, quando Odisseo arrivò, le potenti cantatrici non cantarono, sia che credessero che solo il silenzio potesse vincere quell’avversario, sia che, alla vista della beatitudine nel volto di Odisseo, che non pensava ad altro che a cere e a catene, si dimenticassero proprio di cantare.
Ma Odisseo tuttavia, per così dire, non udì il loro silenzio, e credette che cantassero e di essere lui solo protetto dall’udirle. Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, il respiro profondo, gli occhi pieni di lacrime, le bocche socchiuse, ma credette che questo facesse parte delle arie che non udite risuonavano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò appena il suo sguardo fisso nella lontananza, le Sirene sparirono davanti alla sua risolutezza e, proprio quando era più vicino a loro, non seppe più niente di loro.
Quelle – più belle che mai – si stirarono e si girarono, fecero agitare al vento i loro tremendi capelli sciolti e tesero le unghie sulle rocce. Non volevano più sedurre, volevano solo carpire il più a lungo possibile lo sguardo dei grandi occhi di Odisseo.
Se le Sirene avessero coscienza, quella volta sarebbero state annientate. Ma sopravvissero, e solo Odisseo sfuggì a loro.
A questo punto, si tramanda ancora un’appendice. Odisseo, si dice, era così astuto, era una tale volpe, che neppure la Parca del destino poteva penetrare nel suo intimo. Egli, benché questo non si possa capire con l’intelletto umano, forse si è realmente accorto che le Sirene tacevano e ha, per così dire, solo opposto come scudo a loro e agli dèi la suddetta finzione.

Andrei Bely

Andrei Bely

Anche le sirene cantavano così, si fa loro torto se si pensa che volessero sedurre, sapevano di avere gli artigli e il grembo sterile, di ciò si lamentavano a gran voce, non avevano colpa se il loro lamento era così bello.

F. Kafka, lettera a Robert Klopstock del novembre 1921

Sebbene con molte cautele, Kafka avanza un’altra versione della leggenda delle Sirene: l’unica nella quale, evidentemente, crede. Ulisse non è affatto quell’eroe limitato e puerile, che, per gioco, Kafka aveva supposto: è rimasto l’uomo dell’Odissea; insieme dotato della più sottile saggezza religiosa e di quelle astuzie umane che ci permettono di ingannare gli dèi e di convenire con loro. Quando vede le Sirene girare il collo, respirare profondamente con gli occhi pieni di lacrime, e aprire appena le labbra, non crede che esse
cantino; né che l’artifizio della cera gli impedisca di udire. Capisce che le Sirene tacciono: che egli assiste al silenzio e alla morte degli dèi. Ma, al contrario degli altri uomini, non si lascia vincere dalla seduzione di questo silenzio, credendo di averli sconfitti con le proprie forze. Astuto come una volpe, finge di credere che essi cantino ancora.
Questo Ulisse moderno è Kafka, l’uomo che ci ha insegnato a convivere con la morte degli dèi. Quando l’ultimo cinese della provincia non riceve il messaggio dell’imperatore, capisce che l’antico dio è morto, eppure continua a vivere, “senza speranza e pieno di speranza”, nel sogno e nel ricordo di lui. Ulisse comprende che la morte degli dèi è la prova suprema che gli dèi ci impongono nella nostra epoca, l’ultima astuzia divina nel corso di una lunga battaglia con gli uomini. Se vuole sopravvivere, non può che contrapporre astuzia ad astuzia; e finge di essere un uomo limitato, puerile, che crede nella protezione dell’albero e della cera. Chi più volpe di lui? Ma, al tempo stesso, chi più devoto e religioso di lui? Perché, nel mondo desolato, che la morte degli dèi apre al cuore degli uomini, egli continua ad ascoltare la loro voce immortale – così tremenda, così implacabile e ricca di seduzione, come mai era stata finora.

Pietro Citati, Kafka

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Questa voce è stata pubblicata il 1 febbraio 2011 da in Citazioni (quotes), Libri, Pagine e incubi con tag , .

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