Il paese dei gatti

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#pensieri Il bottone di Lem

Ho appena terminato la lettura di Solaris, di Stanislaw Lem. Un libro incredibile, ci sarebbe da scriverne fino allo sfinimento. Quindi vorrei tentare di raccontarlo, partendo da un bottone. Quello che manca al vestito di Harey. Un altro lettore appassionato di Lem mi faceva notare, molto divertito, che probabilmente l’Autore ha voluto fare un po’ di spirito: la forza incomprensibile di Solaris, che riesce a costruire una copia perfetta di Harey, scrutando e riflettendo i ricordi e i sentimenti del protagonista, nulla può di fronte all’entità “bottone”, che risulterebbe più insondabile di quella “uomo”. In effetti, l’episodio è divertente. Ma io preferirei ammirarlo sotto un’altra luce, che rivela, una volta di più, la genialità di Lem. Come un solo dettaglio può contenere in sé l’intera idea che regge il romanzo.
Una ragazza, una cd. ospite, si presenta a Chris, il protagonista. Indossa un abito intero, senza nemmeno un bottone, un vestito che non si sfila, e che non ha potuto perciò essere nemmeno indossato. Un dettaglio incontestabile che rivela subito al lettore che la proprietaria del vestito proviene “dal nulla”, non ha un passato, si presenta a Chris uscita direttamente dalle mani del suo creatore. E’ nuova, per lui.
Ancora, è proprio il bottone che suggerisce al lettore la propensione dell’ospite a trarre insegnamento dalla esperienza, nonostante non abbia memoria del suo passato (che non esiste) e nonostante il suo creatore non si perfezioni con i “ritorni” dello stesso ospite (l’oceano ripete le sue creazioni sempre uguali). Invece, la seconda Harey non ha bisogno di aiuto, vede il vestito strappato della prima Harey, e capisce da sé che deve toglierlo utilizzando una lama. Segno, questo, anticipatore della capacità dell’ospite di costruire una propria individualità sulla base dell’esperienza, della capacità quindi di umanizzarsi. Praticamente metà libro raccontato da un bottone (che non c’è)…
Quando diventa chiaro al lettore che Harey è plasmata dall’idea che Chris possedeva della ragazza, e che al tempo stesso non è un fantasma, ma una persona viva, né una marionetta manovrata dall’oceano, ma semplicemente ingenua e genuina nella sua sincera inconsapevolezza, ci si domanda subito se Lem l’abbia poi resa un personaggio “fisso” (la riproduzione di una idea) fino alla fine, oppure se, grazie alla esperienza della realtà dopo la sua apparizione, riesca a costruire la propria individualità, indipendentemente dal ricordo di Chris di lei, e indipendentemente dagli echi dell’oceano. E soprattutto se possa farsi amare non perché riproduzione di qualcosa d’altro, ormai perduto, ma proprio per quella individualità, creatasi chissà come (il mistero della umanità), forse nell’amore, per l’amore. Dopo il capitolo sull’ossigeno liquido, è bello intuire che il buon Lem sta raccontando un personaggio femminile, probabilmente alieno, ma capace di farsi molto umano. E mentre l’equipaggio sconvolto e nel panico cerca disperatamente in biblioteca impossibili risposte dentro polverose monografie e incomprensibili teorie di fisica e campi magnetici, lei, curiosa e leggera, come deve essere stata anche Eva nel giardino dell’Eden, in disparte sfoglia tranquilla un manuale di ricette per cosmonauti, occupandosi dell’unico vero problema di quella serata.

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