Il paese dei gatti

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La recita di Bolzano (Màrai)

Dunque Francesca imparò a scrivere dal castrato, e io la osservavo e intanto pensavo: ma guarda un po’! Non era un pensiero sciocco. A volte neppure Voltaire pensa qualcosa di diverso, e ciò nonostante è sempre Voltaire, esattamente come quando medita sulla virtù o sul potere. Diventiamo tutti saggi in quei momenti imprevisti e veritieri della nostra vita in cui riconosciamo la sorpresa e il cambiamento. Ecco perché pensai: ma guarda un po’!, e cominciai a farla sorvegliare dagli occhi e dalle orecchie più solerti di Toscana e Lombardia. Ma non scoprii nulla di sospetto: Francesca si vergognava di scrivere a te, che sei uno scrittore, si vergognava di affidare i suoi sentimenti alle lettere dell’alfabeto – ed è vero che voialtri scrittori siete degli esseri incredibilmente spudorati quando, senza la minima esitazione, e talvolta senza neanche aver riflettuto, vergate le parole sulla carta: le parole, che rappresentano la sostanza più intima e recondita degli esseri umani. Un bacio è sempre virtuoso; una parola che descrive un bacio è sempre impudica. Forse fu questo che sentì Francesca, con il sottile intuito che la distingue e che è una caratteristica di tutte le donne innamorate. Oppure, molto più semplicemente, provò vergogna di fronte alle lettere dell’alfabeto e alla scrittura, perché il suo cuore è puro, anche se è stato turbato dall’amore. Ecco perché, ora che ha finalmente deciso di scriverti, immagino con quale emozione, con quale brivido di angoscia deve essersi seduta, con mani gelide e tremanti, di fronte alla carta, all’inchiostro e al tampone, per abbandonarsi al primo atto impudico della sua vita. Ha scritto una lettera d’amore, anzi ha commesso qualcosa di più grave e di più pericoloso: si è lasciata andare completamente, affidandosi alla carta e all’inchiostro, ossia al mondo e all’eternità – e la vera impudicizia consiste in questo, sempre e soltanto in questo, nel fatto che una persona decida di rivelare al mondo intero i suoi veri sentimenti come se amoreggiasse sulla pubblica piazza, per l’eternità, sotto gli occhi di tutti i pettegoli e degli sciocchi che nasceranno nei secoli futuri, come se avvolgesse il sentimento, che è un qualcosa di nobile e di segreto, nella carta straccia delle parole, come se un macellaio incartasse i più preziosi organi interni di un essere umano in un lurido foglio preso dall’immondizia – sì, la scrittura è una cosa orribile. E lei, poverina, doveva esserne consapevole mentre ti scriveva con il cuore in gola, perché l’amore e la sofferenza l’avevano spinta a imparare i simboli delle parole, le lettere dell’alfabeto. Dalla sua grafia si vede con chiarezza che le tremavano le mani. Ha scritto un testo breve ma sorprendentemente corretto, limitandosi alle parole essenziali, come facevano Ovidio e Dante. Aspetta, adesso ti leggo la lettera di Francesca”. Aprì con calma il foglio di pergamena, lo sollevò in alto con una mano come fanno i presbiti, mentre con l’altra si sistemava gli occhiali sul naso; quindi si raddrizzò, si piegò un poco in avanti e cominciò a decifrare il testo. “Non ci vedo bene” disse con un sospiro. “Ti prego, figliolo, fammi luce”. E quando il padrone di casa, con rigida e muta sollecitudine, prese uno dei candelabri dalla mensola del camino e andò a mettersi al suo fianco: “Così va bene, grazie. Adesso ci vedo perfettamente. Dunque ascolta. Ecco che cosa ha scritto Francesca, mia moglie, la contessa di Parma, a Giacomo, otto giorni dopo che il suo innamorato, evaso dalla prigione in cui languiva a causa della sua natura e del suo carattere, è arrivato qui a Bolzano: “Ti devo vedere”. Quindi ha firmato, ornando l’iniziale del suo nome, una F maiuscola, con una serie di ghirigori e svolazzi, come le ha insegnato il castrato”.

Teneva il foglio lontano dagli occhi, forse per distinguere meglio le lettere, grandi come piselli.

“Questa è la lettera” disse dopo un po’ in tono stranamente soddisfatto; quindi si lasciò cadere in grembo la pergamena e gli occhiali e si appoggiò allo schienale della poltrona. “Cosa te ne pare del suo stile? Io ne sono rimasto affascinato. Tutto ciò che Francesca fa è perfetto, tale è la sua natura, non può agire diversamente. La sua lettera mi ha affascinato e spero che turbi anche te, che ti tocchi nel profondo dell’animo e del carattere, come soltanto gli scritti veritieri riescono a turbare gli uomini integri. Oggi pomeriggio, mentre leggevo per la prima volta la lettera di Francesca, mi sono reso conto davvero, dopo tanti anni e un’infinità di libri, di quanto sia fatale il potere della parola: è l’unico vero potere di cui dispongano imperatori e pontefici, ma anche la gente comune, un potere più crudele e incisivo della lancia e della spada. […] Io ho l’impressione, [..], che sia scritto alla perfezione. Perdona la mia debolezza, non sorridere del mio entusiasmo di marito con la saggia superiorità dell’esperto: devi riconoscere che un dilettante non sarebbe in grado di scrivere nulla di simile. Sono tre parole in tutto, più l’iniziale del nome [..] Vogliamo analizzarla?… “Ti devo vedere”. Trovo ammirevole in primo luogo la forza concisa dell’espressione. In questa riga, degna di essere scolpita nel marmo, non vi è una sola parola di troppo. Francesca comincia con il verbo [N.d.T. In ungherese l’ordine delle parole è “Vedere devo te”], che – specialmente nei drammi e nelle tragedie in versi – è un elemento essenziale della grande poesia e ci introduce immediatamete, per così dire, nel bel mezzo dell’azione. “Vedere”, scrive, ed è una parola palpabile, quasi sensuale. E’ una parola antichissima, che ha quasi l’età dell’uomo e costituisce la fonte di tutte le esperienze umane, perché con la vista iniziano la conoscenza e il desiderio, con la vista inizia l’essere umano, il quale in precedenza, quando la sua vista era ancora confusa, non era altro che un misero fagotto di carne – con la vista inizia il mondo, e anche naturalmente l’amore. E’ un verbo magico, che racchiude in sé il desiderio, il segreto ardente e il significato recondito della vita, perché il mondo esiste soltanto nella misura in cui lo vediamo, e anche tu, stando allo spirito di questa lettera, esisti soltanto nella misura in cui Francesca ti vede: è grazie alla vista che per lei torni a far parte di questo mondo, riemergendo dagli abissi tenebrosi in cui vivevi, certo, ma unicamente come le ombre, i ricordi, i defunti. Dunque, lei prima di tutto ti vuole vedere. Perché senza la fiaccola arcana della vista, la percezione, il tatto e l’olfatto, l’udito e il gusto sono divinità cieche – e Amore non è un dio cieco, Giacomo, Amore è curioso e vuole la luce, vuole la realtà, sì, vuole anzitutto vedere. Ecco perché ha usato la parola “vedere”. Cos’altro poteva dire? Avrebbe potuto scrivere “parlare”, oppure “stare insieme” – ma queste sono tutte conseguenze della vista, e il verbo che Francesca ha usato prova quanto fosse forte il desiderio che l’ha spinta ad afferrare la penna, questo verbo è quasi un grido, perché il suo cuore innamorato sente di non poter più tollerare il buio di quella cecità, deve vedere il volto amato, deve vedere, dunque occorre accendere le luci in uesto mondo cieco e imperscrutabile, altrimenti tutto diventa assurdo. Ecco perché ha scelto, con esattezza e con grande forza espressiva, la parola “vedere”. [ …] E poi: “devo”. Non “vorrei”, non “desidero”, non “voglio”. Con la seconda parola lei esprime subito, come fanno i testi sacri, l’irrevocabile: e non credi, Giacomo, che mentre vergava le prime parole d’amore della sua vita, la giovane autrice abbia effettivamente scritto, a modo suo, un testo sacro, non credi che un testo amoroso rassomigli un po’ alle iscrizioni sacre sulle pareti di una tomba pagana – che rappresenti direttamente l’Eterno, anche se parla dell’ora di un appuntamento o della scaletta di corda necessaria per darsi alla fuga?…[…] Una parola, figliolo, che emana una forza talmente sottile! E’ un imperativo, una parola regale, è più di un ordine, perché racchiude al tempo stesso una spiegazione e un significato – avrebbe potuto scrivere semplicemente: “voglio”, il che sarebbe stato altrettanto regale ma un po’ arrogante. Invece no, ha scelto esattamente la parola giusta, quella più incisiva, la parola che esprime un ordine, ma al tempo stesso una certa sottomissione: “devo”, dice, e confessa che mentre impone la sua volontà, obbedisce a sua volta a un ordine misterioso; “deve”, dunque colei che chiede l’appuntamento si trova in stato di necessità, non può comportarsi diversamente, non può continuare ad attendere, è in difficoltà, e per questo ti interpella così severamente per intimarti qualcosa. In questa parola c’è un’ombra di smarrimento, qualcosa di molto umano e commovente. E’ come se non fosse lei a volere tutto ciò, sì, Giacomo, non so se leggo bene con i miei occhi invecchiati e se ci sento ancora bene con le mie orecchie stanche, ma tutta la frase, che potrebbe anche essere il primo verso di una poesia, emana un senso di smarrimento e di impotenza, come quando una persona si ferma sotto le stelle, di fronte al suo destino, e poi si decide a dire la verità, la triste e magnifica verità. […], sì, ammette che preferirebbe evitare il rischio e lasciar perdere, tuttavia non può agire diversamente, quindi, obbedisce e comanda. Due parole perfette. E infine, logicamente, ma con la stessa risonanza di una campana i cui rintocchi giungono da qualche parte: “te”. E’ una parola grandiosa, Giacomo. Non so se esista qualcosa di più grandioso che si possa dire a qualcuno… E’ una parola compiuta, con una risonanza che colma l’universo dell’animo umano, è una parola dolorosa che plasma e ci designa, che dà voce alla personalità e la vivifica. Fu Dio a rivolgersi per la prima volta all’uomo con questa parola, quando lo ebbe creato e vide che non era sufficiente, quindi lo chiamò per nome e gli diede del tu. “Te”. Capisci bene cosa significa?… A questo mondo esistono milioni e milioni di uomini, ma lei vuole vedere “te”. […] Questa parola ti distingue nell’immensità del creato, ti separa da tutto ciò che ti rende simile agli altri esseri umani, ti innalza e ti investe di una carica, come la spada dei re che arma i cavalieri. […] E con questa parola ti chiama per nome, ed è come se ti facesse rinascere una seconda volta. […] E poi la firma, molto modesta, l’iniziale del nome – perché è superfluo firmare per esteso una vera lettera, un’opera autentica: l’opera designa di per sé il suo autore, è tutt’uno con lui. Nessuno immaginerebbe mai l’autore della Divina Commedia costretto ad aggiungere il suo nome sotto il titolo… e naturalmente non mi azzarderei mai a fare paragoni. Ma il nome è superfluo quando è tutto il testo a parlare, i termini usati, la struttura, ogni singola lettera, quando ovunque traspare lo stesso spirito, la stessa personalità che ha creato la sua opera perché costretta e soggiogata quando ha conosciuto il suo destino, che è semplicemente quello di dover vedere “te”. E allora,” disse quasi controvoglia, sollevando la pergamena con due dita per porgerla con noncuranza al padrone di casa “con questo abbiamo terminato. Ecco la lettera”.

E poiché il destinatario, senza scomporsi, si limitò a posare la lettera sulla mensola del camino, accanto al candelabro, senza neanche guardarla, domandò:

“La leggerai più tardi?… Sì, ti capisco. Credo che la leggerai più volte nella tua vita, in seguito, quando sarai vecchio. Allora forse la capirai”.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 agosto 2011 da in Citazioni (quotes), Letteratura innamorata, Libri, Romanzi con tag , , , .

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