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#recensione una apologia per La strana biblioteca di Haruki Murakami

 L’ultimo libro di Murakami, pubblicato in Italia da Einaudi questo autunno, ha suscitato molte discordanti reazioni tra i lettori. Si è sentito e letto un po’ di tutto: a qualcuno l’Autore non è mai piaciuto e dopo questo racconto continua a non piacere, c’è chi lo ha apprezzato, ma si è indignato per l’operazione commerciale (così costoso e così poche pagine!), chi non ha capito la storia, chi si è angosciato, chi non ha riconosciuto il grande scrittore di 1Q84 (che delusione, ha toccato l’apice e ora non sa più cosa scrivere); e ci sono anche i fan di sempre, entusiasti senza condizioni, felici di avere un altro libro da leggere, collezionare, o semplicemente tsundokare.

Facciamo un po’ di ordine: che cosa è questo libro? È un racconto, breve. Pubblicato per la prima volta nel 2005 in inglese (prima che in Giappone), ma è in realtà la rivisitazione di un racconto del 1982 (Toshokan kitan), l’anno in cui un Murakami trentatreenne pubblicava il suo primo romanzo, Nel segno della pecora. Infatti, ne La strana biblioteca ritroviamo proprio l’uomo-pecora (che ricomparirà anche sei anni più tardi, nel 1988, in Dance dance dance). E in allora quasi tutto doveva essere ancora scritto; la maturità e la tecnica di 1Q84 (pubblicato tra il 2009 e il 2010) erano lontani. Nel 2005 Murakami ha semplicemente ripreso un proprio racconto in giapponese, lo ha sistemato, in inglese, e lo ha dato alla stampa. In Italia è stato tradotto e pubblicato per la prima volta nel 2015. Non bisogna quindi stupirsi se, reduci oggi dalla lettura della imponente bibliografia dell’Autore, questo libro può apparire ad un primo impatto troppo breve, una trama quasi a tirar via, con uno stile riconoscibile ma più grezzo di quello che ci è noto. Allora, per spiegare ciò, ricordiamo che è solo un racconto, scritto 33 anni fa, agli albori della carriera di scrittore di Murakami. È stata fatta una speculazione editoriale? Non lo so, può darsi. Ma certamente non è stata una iniziativa italiana. Il libro è stato pubblicato così prima negli Stati Uniti, poi in Giappone. In Italia è stato semplicemente tradotto dieci anni più tardi, così come è stato proposto all’estero, un unico racconto in un solo libro.

Premesso questo, vorrei provare a dare una risposta alla domanda forse più importante: il lettore troverà in questo libro l’algoritmo di murakaneità che rende tutti i libri di Murakami così inconfondibilmente murakaniani? Sì! Per me gli elementi e i temi cari a questo Autore, che saranno riproposti, rivisitati e sviluppati un po’ in tutti i suoi romanzi, esistono già, ancorché abbozzati, allo stato grezzo, forse intuiti e non ancora pienamente interiorizzati dall’Autore stesso. Mi riferisco ai temi della solitudine del protagonista. I personaggi di Murakami sono giovani e sono soli, più o meno inseriti in una società che non li opprime, ma da cui prendono a loro modo le distanze, nella misura in cui possono. Altro grande tema murakaniano: si tratta sempre di una società che nel corso del romanzo o del racconto cambia sembianze; il mondo conosciuto dal protagonista si distorce in modo quasi impercettibile, strisciante, ma irreversibile, spesso dopo un comportamento anomalo del protagonista stesso. O meglio, le storie di Murakami hanno sempre il loro inizio in un momento in cui al protagonista accade qualcosa di insolito, ma ancora non strano (ad esempio, la bibliotecaria indica una stanza sino ad allora sconosciuta per il prestito dei libri) e contestualmente, senza una precisa ragione evidente, il protagonista fa qualcosa di strano, anche senza averne piena consapevolezza; un comportamento di scarsa rilevanza, spesso trascurabile, ma che si discosta da ciò che chiunque altro normalmente farebbe, come, ad esempio, domandare libri in prestito su un argomento bizzarro come la riscossione delle imposte nell’impero ottomano. O addirittura calarsi da una tangenziale su una scaletta di sicurezza per evitare il traffico di Tokyo (come Aomame, in 1Q84).  Questi comportamenti insoliti generano una catena inarrestabile di altri fatti che finiscono per cambiare improvvisamente e mostruosamente i connotati della realtà sino ad allora conosciuta dal protagonista. E succede che le persone spariscono, inghiottite chissà dove, quasi che la realtà fosse costituita da diversi universi paralleli, comunicanti tra loro attraverso sogni, visioni, il filo del telefono (i libri di Murakami sono ambientati negli anni 80). Ne La strana biblioteca è il protagonista stesso che sparisce, letteralmente sequestrato. Tutto per lui si dissolve: la libertà, il conforto domestico, l’amore della propria famiglia, il futuro, e infine la stessa sua vita è minacciata. Emergono altri temi costanti in Murakami: l’esilio; la reclusione nelle profondità della terra (nei sotterranei della biblioteca, o dentro un pozzo) dove il protagonista incontra personaggi che abitano uno di quei mondi paralleli che fino a quel momento gli erano preclusi e sconosciuti. Il protagonista si trova improvvisamente in mondi diversi, che non gli appartengono, non dovrebbero esistere, eppure sono lì, concretissimi, e lo tengono prigioniero. Forze oscure maligne e potenti si muovono e complottano nella oscurità di questi mondi, non viste, non percepite, ignorate dal “mondo visibile”. Ricordate gli invisibili, o anche il guardiano che tiene prigioniera l’ombra ne La fine del mondo e il paese delle meraviglie (che sarà scritto solo tre anni dopo, nel 1985)? Ne La strana biblioteca invece c’è un crudele bibliotecario cannibale. Il protagonista deve lottare per liberarsi, per tornare nel suo mondo, anche se forse ci è rimasto ben poco di quello che aveva lasciato. Ma non è mai una lotta con la forza: i protagonisti compiono un percorso, incontrano spiriti e personaggi, decidono infine di tornare nel proprio mondo fuggendo di nascosto e rischiare di essere puniti o uccisi da chi li tiene segregati. Altro tema: la perdita. I protagonisti di Murakami perdono sempre molto: cose, persone, memoria. Di solito, soccorre una figura femminile che giunge in aiuto del protagonista, ma che è comunque ambigua, non si sa mai fino a che punto potrà fargli del bene. Questo e molto altro è presente già ne La strana biblioteca.

Non sono solo i temi che condiscono la trama a rendere questo Autore importante. A me piace perché Murakami è uno scrittore serio. Cosa intendo? che è metodico, costante, paziente. E’ uno scrittore di fatica, anche quando scrive solo 30 pagine. E’ come se lui si ponesse un obiettivo, scrivere seriamente delle cose serie che accadono nella vita, la perdita, la solitudine, l’amore, la minaccia alla libertà, all’uomo. Su questo e molto altro costruisce una storia, mattone per mattone; oppure, come se arasse un campo di grano e ad uno ad uno nasconde i semi nella terra e li ricopre. E’ questo a cui mi fa pensare la sua scrittura: un contadino che pazientemente semina, fino a quando il campo è tutto coltivato, e la storia è stata tutta narrata, dettaglio per dettaglio. E cosa crescerà, dipende dal lettore. Di certo non è un caso che proprio Tengo (il protagonista di 1Q84) sia descritto come un contadino che si sveglia presto la mattina. Nei suoi libri Murakami non offre risposte, o soluzioni. E questo può renderli, per un lettore distratto o pigro, parecchio incomprensibili e apparentemente insensati. Murakami fa solo vedere come la storia va. Cosa accade. Con precisissime descrizioni, anche dei dettagli più ordinari e apparentemente banali, perché si sa, sono quelli che contano. Questo intendo quando dico che scrive seriamente. Murakami ha una sensibilità peculiare, saper guardare dritto nel fondo delle cose, e saperlo raccontare. Avete presente l’intervista alla ragazza che faceva la commessa in un supermercato, in Underground, ridotta quasi allo stato vegetativo dopo l’attentato? Chi dopo aver letto quel capitolo non ha visto veramente quella lucina che brillava in fondo alle pupille mentre stringeva la mano del suo intervistatore? Una descrizione vivida, vera, e piena di speranza. E’ raro che uno scrittore sappia descrivere così vividamente una cosa tanto inafferrabile come la luce e la forza in fondo allo sguardo di una ragazza.

Sasaki Maki

Sasaki Maki

Tornando a La strana biblioteca, ecco la storia. Un ragazzino si reca nella biblioteca del suo paese per cercare dei libri sul sistema di riscossione dei tributi nell’impero ottomano. La bibliotecaria lo invita a recarsi nella stanza 107, dove il ragazzo troverà un signore mai visto e dall’aspetto un po’ inquietante, il quale chiederà di essere seguito nei sotterranei della biblioteca per cercare i libri richiesti. I sotterranei però si riveleranno un vero e proprio labirinto immerso nella oscurità, e il protagonista si troverà infine intrappolato in una stanza chissà dove, costretto a leggere i libri che aveva richiesto per ottenere la liberazione.

Kat Menschik

Kat Menschik

Le uniche visite che riceverà nella sua cella saranno quelle del bibliotecario che lo tiene prigioniero, di una misteriosa ragazza che non si sa da dove viene né dove vada, e dell’uomo-pecora.

Durante la prigionia il ragazzo scoprirà che il bibliotecario non intende liberarlo, ma divorare il suo cervello, una volta che sarà reso tenero e appetibile dalla mole di informazioni apprese dalla costante lettura. Insieme con l’uomo-pecora, il ragazzo riuscirà a fuggire dalla cella, sconfiggere il terribile aguzzino ed emergere di nuovo in superficie, nel suo mondo.

Il racconto è arricchito da bellissime illustrazioni, diverse per ogni edizione. Quella italiana è illustrata dal fumettista romano Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ, vincitore del premio Boscarato come Migliore disegnatore italiano al Treviso Comic Book Festival dello scorso 27 settembre, già noto per l’universo distopico di Golem, e, sempre per Einaudi, per le meravigliose copertine della Trilogia dell’area X di Jeff Vandermeer. Nel nuovo blog Einaudi dedicato alla letteratura straniera, c’è un bellissimo articolo dell’artista, dove rivela di aver creato le illustrazioni de La strana biblioteca in viaggio, letteralmente on the road, negli Stati Uniti, Utah. Forse è per questo che sono così belle.

Ogni edizione ha quindi uno stile suo proprio nelle illustrazioni. L’edizione giapponese è stata illustrata da Sasaki Maki, quella tedesca da Kat Menschik e quella inglese da Chip Kidd.

Chip Kidd

Chip Kidd

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6 commenti su “#recensione una apologia per La strana biblioteca di Haruki Murakami

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  3. Doriana
    11 febbraio 2016

    oddio….complimenti davvero per la rece, non avrei potuto scriverne neanche due righe…o forse giusto due, tanto che lo userò per la reading challenge russa come #librobrutto!!!!

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  4. Bibolotty
    31 gennaio 2016

    Ho scoperto da poco, o meglio, è da poco che ho deciso di leggere Murakami (detesto le mode letterarie). Amo il Giappone, che ho visitato, e i giapponesi con i quali mi trovo in perfetta sintonia. Pertanto parto avvantaggiata. Dopo “l’arte di correre” ho letto 1Q84, e l’unico difetto, che è parso macroscopico a me che amo autori anglosassoni e asciutti come McEwan, è la ripetitività, molto giapponese a dire il vero, come certi film di Kurosawa che indugiano sulla stessa scena più e più volte. Per il resto trovo sia unico, come dici tu “murakamiano”, per certi versi, quindi, anche eccezionale. Su un’isola deserta non porterei mai un suo libro, manca, forse a causa delle traduzione, della liricità di cui a mio avviso la letteratura ha bisogno. E’ lirico però nelle storie che narra, questo sì, e leggendolo l’ho amato e odiato più volte. Come scrittrice mi sta servendo tantissimo, la sua capacità di costruire la trama è da studiare. Bella recensione, complimenti.

    Liked by 1 persona

    • Clara
      31 gennaio 2016

      grazie a te per averla letta! È vero Murakami torna sempre parecchie volte su cose già dette. E questo molto spesso rallenta il ritmo di lettura. Ma non è una ripetizione fine a se stessa, credo, c’è sempre un qualcosa in più che vuole essere trasmesso. È un indugiare sui dettagli per rivelare tutto il loro significato. E credo che anche Murakami sia consapevole del rischio che questa sua caratteristica ingolfi tutta la trama. Per esempio, ho notato che in 1Q84 ha fatto precedere i capitoli più “pesantucci” da colpi di scena o da capitoli che si interrompevano proprio quando l’attenzione o la curiosità del lettore erano al massimo. E così dopo si leggeva qualsiasi cosa, pur di arrivare al capitolo successivo e sapere come procedeva. Ma devo dire che questo trucchetto non mi ha mai dato fastidio, è come se Murakami facesse pendere la carota davanti al naso dei suoi lettori-asinelli per facilitare i passi più lenti, come se dicesse “sì lo so che questo è pesantuccio, ma cercate di leggerlo lo stesso, poi non ve ne pentirete”. Fa parte del patto lettore/scrittore dopotutto: se il patto è onesto e nessuno dei due imbroglia, anche qualche trucchetto di questo tipo è accettabile, sta nel gioco. Però non credo che nulla sia davvero superfluo nelle sue pagine, anche se è un autore che pretende spesso pazienza nella lettura, così come lui ne mette nella scrittura. Almeno, questa è l’impressione che mi dà, leggendolo.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 gennaio 2016 da in Giappone in pagine, Libri, Pagine e incubi, Recensioni, Romanzi.

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