Il paese dei gatti

Recensioni, segnalazioni, osservatorii, racconti, suggerimenti

#incontraloscrittore Paolo Cognetti a Roma

-Come stai? -Come quando c’è il sole e piove

Seguo lo scrittore dai suoi primi libri, Manuale per ragazze di successo e Qualcosa di piccolo che sta per esplodere. Nonostante io non sia una affezionata del genere racconto, lo ho sempre letto volentieri, perché la sua penna cattura bene lo spirito della provincia di Milano, un po’ industriale, un po’ agricolo, malinconico, spettrale, asettico, ma anche familiare, intimo, a suo modo accogliente, circolare, come la Circonvallazione, si torna sempre sui propri passi, a Milano si gira in tondo. 66_cognetti_apescaGiovedì lo scrittore era presente al Palazzo delle Assicurazioni Generali di Roma, per presentare il suo ultimo libro A pesca nelle pozze più profonde, edito Minimumfax. Ha ricordato che scrivere racconti è complesso, forse più che scrivere un romanzo, perché lì c’è un flusso continuo, invece il racconto include in sé un mondo che deve nascere, esistere e concludersi in poche pagine. E lo sforzo mentale e creativo di racchiudere in tanta sinteticità una storia è grande. Io sono d’accordo. Anche dal punto di vista del lettore, il racconto è faticoso, perché bisogna continuamente entrare e uscire dalle storie, e dai personaggi; non si fa in tempo a capire il nuovo ecosistema letterario in cui si è capitati che già non è più possibile affidarsi al flusso narrativo, bisogna tirare le somme e fare mente locale sul significato del racconto. Cosa vuol dire? Cosa ha significato tutto questo per me che sto leggendo? È faticoso. Questa è la principale ragione per cui di solito preferisco un libro tutto intero, in cui posso adagiarmi e restare, almeno per un po’. Ma leggere Cognetti mi piace, e poi ci sono affezionata, perché mi ricorda un periodo della vita intenso, sul piano formativo, affettivo e anche emotivo. Ero (più) giovane, mi specializzavo, affrontavo i primi lavori e pendolavo un sacco, sempre su e giù tra Milano e Pavia. Di quegli anni ricordo soprattutto l’affanno, le corse per arrivare in tempo un po’ ovunque: al binario del treno, all’aula di udienza, in cancelleria prima della chiusura, all’appuntamento, alle lezioni, al tram, alla metro, ancora all’ennesimo treno. Sullo sfondo quasi onnipresente la nebbia padana, in forma di foschia mattutina, o come un muro spesso che ostruisce ogni visuale, nero profondo come un fondale notturno al di là dei finestrini del treno o della macchina sulla A7, o nebbia illuminata da spettrali fanali gialli e arancio lungo le strade. La nebbia porta solitudine, anche se non si è soli, ed entra prima nelle ossa, poi negli occhi e nella mente. La sera tornavo nel mio appartamento in affitto da studente e leggevo i racconti di Cognetti. La matematica funziona perché non è la vita, scriveva. E io lo annotavo su un post it e lo attaccavo all’armadio.
La nebbia ha un effetto particolare sulle persone, fa venir voglia di perdersi, o di trovarsi, di entrambe le cose contemporaneamente e non si sa più bene se accade la prima o la seconda. Fa venire voglia di percorrere strade, e deserti o luoghi che facciano perdere e trovare allo stesso tempo. Di andare in Siberia, per esempio. E

lago Bajkal, Siberia - marzo 2010

lago Bajkal, Siberia – marzo 2010

anche Cognetti deve averlo percepito questo impulso, perché ha scritto un libro sull’eremitaggio in montagna, e lui stesso abita molto tempo in montagna, come ha raccontato giovedì. In montagna il tempo scorre diversamente, si sa. La solitudine, il silenzio, i tempi morti favoriscono la scrittura, e anche la lettura. Cognetti ha ricordato la sua adolescenza, i primi passi che lo hanno avvicinato alla letteratura come lettore, poi  come scrittore. E ha ammesso che la noia, intesa in senso buono, come spazio e tempo liberi per altro, per qualcosa, perché quel qualcosa accada, è stata un elemento fondamentale per la sua iniziazione alla lettura. Un giovane costantemente impegnato a chiacchierare piacevolmente con gli amici, perché dovrebbe cimentarsi in faticosi percorsi di lettura, necessariamente ostici, all’inizio? Un ragazzo che prende in mano un libro e inizia a chiedersi cosa può farne, cosa può significare per lui. Può accadere ancora in questo tempo frenetico, riempito, sempre connesso?
Cognetti ha infine ricordato i suoi albori di scrittore, quando Roma ci ha messo lo zampino. Perché lui si occupava di altro, dice, una società di produzione cinematografica, e si è trovato questo lavoro di riprese di un concerto/lettura all’Auditorium,  commissionato da Minimumfax. È arrivato con le attrezzature e anche con una manciata di racconti, pronto a sottoporli alla casa editrice se si fosse presentata l’occasione. L’occasione non si è presentata subito. Ma finite le riprese è stato invitato alla festa che si sarebbe tenuta quella sera stessa per il compleanno della scrittrice protagonista del concerto/lettura. E lì, nelle ore più piccole, i racconti sono stati consegnati e letti poco dopo. La mattina il socio di Minimumfax annunciava di aver trovato il loro prossimo autore. Una bella storia, a lieto fine, anche se la parola fine è ancora lontana da questa vicenda, è evidente. Al contrario però della maggior parte dei racconti dell’Autore, che non sono propriamente a lieto fine. Cognetti ha confessato che per lui scrivere è una esperienza di sofferenza, la scrittura è il prodotto di uno stato d’animo essenzialmente doloroso. A ciò posso credere, anche perché le storie di Cognetti non sono storie allegre. Però ieri ha anche detto di essere riuscito una volta a scrivere un racconto in una sola giornata, un giorno felice, che non si è più ripetuto. Mi piacerebbe sapere che racconto era.

p.s. Paolo fa sapere che il racconto felice è “Sulla stregoneria”, quando Sofia e il padre trascorrono due giorni al lago. ;)

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