Il paese dei gatti

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#processisopralerighe Lo svolgimento di una udienza

Il processo, di Franz Kafka

K. ebbe l’impressione di capitare in un’assemblea. La gente più disparata – nessuno si curò del nuovo arrivato – si accalcava in una stanza di media grandezza, con due finestre, lungo la quale correva, a poca distanza dal soffitto, una galleria, anch’essa gremita di gente che riusciva a stare in piedi solo chinata e urtava con la testa e le spalle contro il soffitto. K. non resse il tanfo, uscì di nuovo e disse alla giovane donna, che forse l’aveva capito male: «Ho chiesto di un falegname, un certo Lanz». «Sì», disse la donna, «entri, prego». Forse K. non le avrebbe obbedito, se la donna non fosse andata verso di lui e non avesse afferrato la maniglia della porta dicendo: «Dopo di lei devo chiudere, nessuno può più entrare». «Buona idea», disse K., «ma già adesso è troppo pieno». Poi però tornò dentro lo stesso.
Aprendosi un varco fra due uomini che discorrevano proprio vicini alla porta – uno faceva con le due mani tese in avanti il gesto di contare soldi, l’altro lo guardava attento negli occhi – una mano raggiunse K. e l’afferrò. Era un ragazzo di bassa statura, con le guance rosse. «Venga, venga», disse. K. si lasciò condurre da quello, e si vide che, nella calca brulicante, c’era uno stretto passaggio libero, che forse separava due partiti; sembrava confermarlo anche il fatto che nelle prime file, a destra e a sinistra, K. non vedeva nemmeno un viso rivolto verso di lui, ma solo la schiena di persone che indirizzavano parole e gesti solo a persone del proprio partito. La maggior parte era vestita di nero, con vecchie giacche della festa, lunghe e cascanti. Se non fosse stato l’abbigliamento a sconcertarlo, K. avrebbe preso il tutto per un’assemblea politica di quartiere.
All’altro capo della sala, dove K. venne condotto, su una pedana bassissima, anch’essa gremita di gente, c’era un tavolino disposto per traverso dietro al quale, vicino al bordo della pedana, sedeva un uomo piccolo, grasso e ansimante, che stava discorrendo, fra grandi risate, con uno in piedi dietro di lui – questo aveva appoggiato il gomito allo schienale della seggiola e incrociato le gambe. Ogni tanto agitava il braccio in aria, come se facesse la caricatura di qualcuno. Il ragazzo che guidava K. trovò difficoltà a fare il suo annuncio. Già due volte, alzandosi sulla punta dei piedi, aveva tentato di raggiungere il suo scopo, ma non era stato notato dall’uomo là sopra. Solo quando uno di quelli che stavano sul podio ebbe richiamato l’attenzione sul ragazzo, l’uomo si volse verso di lui e, curvandosi in basso, ascoltò il messaggio appena sussurrato. Poi estrasse l’orologio e lanciò una rapida occhiata a K. «Lei si sarebbe dovuto presentare un’ora e cinque minuti fa», disse. K. voleva rispondere qualcosa, ma non ne trovò il tempo, perché non appena l’uomo ebbe finito di parlare, nella metà destra della sala si levò un mormorio generale. «Si sarebbe dovuto presentare un’ora e cinque minuti fa», ripeté l’uomo alzando la voce, e lanciò anche una rapida occhiata giù in sala. Subito anche il mormorio crebbe e, visto che l’uomo non diceva più niente, si spense solo dopo un po’. La sala adesso era molto più silenziosa di quando K. era entrato. Soltanto quelli su in galleria non la smettevano di fare le loro osservazioni. Per quanto lassù la penombra, il fumo e la polvere permettevano di distinguere, sembravano vestiti peggio di quelli di sotto. Molti di loro avevano portato dei cuscini e li avevano sistemati tra la testa e il soffitto per non farsi male.
K. aveva deciso piuttosto di stare a osservare che di parlare, rinunciò quindi a difendersi per il suo presunto ritardo limitandosi a dire: «Se anche sono arrivato troppo tardi, adesso eccomi qui». Venne un applauso, sempre dalla metà destra della sala. Gente facile da conquistare, pensò K., infastidito ora dal silenzio che veniva dalla metà sinistra, che stava giusto dietro a lui e dalla quale si era levato solo qualche applauso isolato. Rifletté su quello che avrebbe potuto dire per conquistare il favore di tutti insieme, o, se non era possibile, almeno per un po’ anche quello degli altri.
«Sì», disse l’uomo, «ma ora non sono più tenuto a interrogarla». Di nuovo il mormorio, ma questa volta per un malinteso, perché l’uomo zittì il pubblico con un cenno della mano, e proseguì: «Tuttavia oggi, in via eccezionale, lo farò. Ma un simile ritardo non dovrà più ripetersi. E ora venga avanti!». Qualcuno saltò giú dalla pedana, liberando un posto per K. che vi salì. Si trovò pigiato contro il tavolo, la calca dietro di lui era tale che doveva far resistenza se non voleva spinger giù il tavolo dalla pedana e magari anche lo stesso giudice istruttore.
Ma il giudice istruttore non se ne curava, sedeva ben comodo su una poltrona e, dopo aver detto un’ultima parola all’uomo dietro di lui, afferrò un libretto per appunti, l’unico oggetto sul suo tavolo. Aveva l’aria di un vecchio quaderno di scuola, tutto sformato dal lungo uso. «Dunque», disse il giudice istruttore sfogliando il quaderno e volgendosi a K. con il tono di chi fa un’asserzione. «Lei è imbianchino?». «No», disse K., «sono primo procuratore di una grande banca». A questa risposta, dall’ala destra in basso venne una risata così di cuore che K. dovette ridere anche lui. La gente si reggeva con le mani puntate sulle ginocchia e si scuoteva tutta come per un violento accesso di tosse. Rideva persino qualcuno in galleria. Il giudice istruttore montò in collera, forse era impotente contro la gente in basso e cercò di rifarsi con la galleria, saltò in piedi, minacciò la galleria, e le sue sopracciglia, di solito poco appariscenti, si corrugarono in un cespuglio, nero e folto, al di sopra degli occhi.
La metà sinistra della sala, invece, continuava a rimanere silenziosa, la gente stava in fila, il viso rivolto alla pedana, e ascoltava con la stessa tranquillità le parole che venivano scambiate là sopra e il baccano dell’altro partito, tollerava persino che qua e là qualcuno uscisse dalle sue file per unirsi all’altro partito. Quelli del partito di sinistra, che del resto erano meno numerosi, potevano in fondo essere insignificanti quanto quelli di destra, ma il loro atteggiamento calmo li faceva apparire più importanti. Quando K. incominciò a parlare, era convinto di interpretare il loro pensiero.
«La sua domanda, signor giudice, se io sia un imbianchino – o meglio, non l’ha affatto chiesto, l’ha dichiarato con assoluta sicurezza – è indicativa di tutto un modo di procedere contro di me. Lei potrà obiettare che non si tratta affatto di un processo, e avrebbe piena ragione, perché è un processo solo se io lo riconosco come tale. Ma per il momento voglio dunque riconoscerlo, in certo modo per compassione. Non si può che provare compassione, qualora lo si voglia prendere in considerazione. Non dico che si tratta di un processo non serio, ma vorrei averle suggerito questa definizione perché lei veda in se stesso». K. s’interruppe e guardò giù nella sala. Quel che aveva detto era duro, più duro di quanto intendesse, ma certamente giusto. Avrebbe meritato qualche applauso, invece tutti rimasero silenziosi, evidentemente aspettavano attenti il seguito, forse quel silenzio preparava un’esplosione che avrebbe messo fine a tutto; ma a disturbare quel momento, la porta in fondo alla sala si aprì e ne entrò la giovane lavandaia, che doveva aver finito il suo lavoro e, malgrado la precauzione che ci mise, attirò su di sé qualche sguardo. Solo il giudice diede immediata soddisfazione a K., perché parve subito colpito dalle sue parole. Finora aveva ascoltato in piedi, perché era stato sorpreso dal discorso di K. mentre si era alzato per minacciare la galleria. Ora, nella pausa, si sedette adagio, quasi non dovesse farsi notare. Forse per ricomporsi, prese di nuovo il quadernetto.
«Non serve a niente», proseguì K., «anche il suo quadernetto, signor giudice, conferma quello che dico». Soddisfatto di sentire solo le sue parole calme in quell’assemblea di estranei, K. osò persino togliere di scatto il quadernetto al giudice e tenerlo sospeso per uno dei fogli di mezzo con la punta delle dita, come se gli facesse schifo, così che da entrambe le parti pendevano i fogli scritti fittamente, pieni di macchie, ingialliti ai bordi. «Ecco gli atti del giudice istruttore», disse, e lasciò cadere il quaderno sul tavolo. «Continui pure a leggere, signor giudice, non ho certo paura di questo libro delle colpe, anche se mi è inaccessibile, dato che riesco a toccarlo solo con due dita e non lo prenderei mai in mano». Poteva solo essere un segno di profonda umiliazione, o per lo meno così andava interpretato, che il giudice afferrasse il quadernetto, così com’era caduto sul tavolo, cercasse di rimetterlo un poco in ordine e riprendesse a leggere.
Le facce della gente in prima fila erano rivolte a K. con tale attenzione, che lui indugiò a guardarle per un momento. Erano tutti uomini anziani, alcuni avevano la barba bianca. Forse erano loro quelli che decidevano, che potevano influenzare tutta l’assemblea che nemmeno l’umiliazione del giudice istruttore riusciva a smuovere dall’inerzia in cui era sprofondata dopo il discorso di K.?
«Quello che è successo a me», continuò K. a voce un po’ più bassa e cercando sempre di catturare le facce della prima fila, il che conferiva al suo discorso un tono piuttosto svagato, «quello che è successo a me, non è che un caso singolo e come tale di poca importanza, poiché io non lo prendo molto sul serio, ma è indicativo di un modo di procedere che viene applicato a danno di molti. Io qui difendo la loro causa, non la mia».
Senza volere, aveva alzato la voce. Da qualche parte qualcuno applaudì con le mani levate, e gridò: «Bravo! Perché no? Bravo! E ancora bravo!». Qualcuno nella prima fila si tastava la barba, nessuno si voltò a quel grido. Nemmeno K. gli attribuì importanza, ma ne fu incoraggiato; adesso non riteneva più necessario che tutti battessero le mani, bastava che i presenti cominciassero a riflettere sulla cosa e che qualcuno, ogni tanto, si lasciasse convincere.
«Non cerco il successo oratorio», disse K., a seguito di questa sua riflessione, «e nemmeno potrei ottenerlo. Il signor giudice probabilmente parla molto meglio, del resto fa parte del suo mestiere. Quello che voglio è solo la discussione pubblica di un pubblico abuso. Ascoltate: circa dieci giorni fa sono stato arrestato, sul fatto dell’arresto in sé me la rido, ma non è di questo che si tratta ora. Mi hanno sorpreso a letto la mattina presto, forse – da quello che ha detto il giudice non è da escludere – avevano ordine di arrestare un qualche imbianchino, innocente quanto me, invece hanno scelto me. La camera accanto alla mia venne occupata da due rozze guardie. Se fossi stato un pericoloso bandito non avrebbero potuto prendere precauzioni migliori. Queste guardie, poi, erano gentaglia senza scrupoli, mi riempirono la testa di chiacchiere, cercavano di farsi corrompere, volevano portarmi via con raggiri abiti e biancheria, volevano soldi con il pretesto di portarmi una colazione, dopo aver spudoratamente fatto fuori la mia colazione davanti ai miei occhi. Non basta. Fui condotto in una terza stanza davanti all’ispettore. Era la camera di una signorina che stimo molto, e dovetti stare a guardare come quella camera, per causa ma non per colpa mia, veniva per così dire insozzata dalla presenza delle guardie e dell’ispettore. Non fu facile mantenere la calma. Ma ci riuscii, e perfettamente calmo chiesi all’ispettore – se fosse qui non potrebbe che confermare – perché ero in arresto. Che cosa rispose allora quell’ispettore, che vedo ancora adesso davanti a me, seduto sulla seggiola della già menzionata signorina, come un’immagine vivente della più ottusa presunzione? Signori miei, in sostanza non rispose nulla, forse davvero non sapeva nulla, mi aveva arrestato e ne era soddisfatto. Ne ha fatta un’altra, ha portato nella camera di quella signorina tre impiegati di basso livello della mia banca, che si misero d’impegno a rovistare fra le fotografie di proprietà della signorina, scompigliandole. La presenza degli impiegati aveva naturalmente anche un altro scopo, come la mia padrona di casa e la sua cameriera dovevano diffondere la notizia del mio arresto, ledere la mia reputazione e soprattutto far vacillare la mia posizione in banca. Niente di tutto ciò è riuscito, neppure in minima parte, persino la mia padrona di casa, una persona molto semplice – voglio farne qui il nome per renderle onore, è la signora Grubach – persino la signora Grubach ebbe abbastanza buon senso per capire che un simile arresto non è altro che una bravata di ragazzi di strada non abbastanza sorvegliati. Ripeto, tutta la faccenda mi ha procurato solo noie e un’arrabbiatura passeggera, ma non avrebbe anche potuto avere conseguenze peggiori?».
A questo punto K. s’interruppe e, volgendo lo sguardo verso il giudice istruttore che se ne stava zitto, credette di notare che quello ammiccasse a qualcuno fra la folla. K. sorrise e disse: «Il signor giudice ha appena fatto, qui accanto a me, un segno segreto a uno di voi. Vi sono dunque fra di voi delle persone che vengono dirette da quassù. Non so se ora il segno doveva suscitare fischi o applausi, e, denunziando la cosa anzitempo, sono ben consapevole di rinunciare a conoscere il significato di quel segno. Mi è del tutto indifferente e autorizzo pubblicamente il signor giudice a dare ordini ai suoi dipendenti prezzolati lì sotto non con segni segreti, ma a voce alta, per esempio gli può dire una volta: “Adesso fischiate!”, e la volta dopo: “Adesso applaudite!”».
Per imbarazzo o impazienza, il giudice istruttore si dondolava sulla poltrona. L’uomo che gli stava dietro, con cui già prima aveva parlato, tornò a chinarsi su di lui, vuoi per fargli in qualche modo coraggio, vuoi per dargli un consiglio preciso. Sotto, la gente discuteva sottovoce, ma animatamente. I due partiti, che prima sembravano avere opinioni opposte, si mescolarono, alcuni segnavano a dito K., altri il giudice istruttore. La cortina di fumo era estremamente fastidiosa, impediva persino di distinguere con chiarezza quelli che stavano più lontano. Doveva disturbare soprattutto gli occupanti della galleria, che si vedevano costretti, seppure lanciando timide occhiate di traverso al giudice, a fare sottovoce domande ai partecipanti all’assemblea per seguire meglio gli avvenimenti. Altrettanto sottovoce, le mani davanti alla bocca, venivano date le risposte.
«Ho subito finito», disse K., battendo il pugno sul tavolo, visto che non c’era campanello. Per lo spavento, le teste del giudice e del suo consigliere si separarono all’istante: «Tutta questa faccenda mi tocca poco, perciò posso valutarla con calma e, supposto che a voi importi qualcosa di questo presunto tribunale, potete trarne grande vantaggio ascoltandomi. Le discussioni intorno a quello che dirò rimandatele, vi prego, a più tardi, perché non ho tempo e me ne andrò via presto».
Si fece subito silenzio, prova di quanto K. dominasse già l’assemblea. Non ci furono più grida confuse come all’inizio, non applaudivano nemmeno più, sembravano anzi già convinti o vicinissimi a esserlo.
«Non c’è dubbio», disse K. a voce molto bassa, poiché l’attenzione tesa dell’intera assemblea gli dava piacere, quel silenzio era attraversato da un ronzio più eccitante del plauso più entusiasta, «non c’è dubbio che dietro tutte le manifestazioni di questo tribunale, nel caso mio quindi dietro l’arresto e l’udienza odierna, stia una grossa organizzazione. Un’organizzazione che non solo dà lavoro a guardie corruttibili, ispettori ridicoli e giudici istruttori, nel migliore dei casi, modesti, ma mantiene anche magistrati di alto e altissimo grado, con l’innumerevole, inevitabile seguito di uscieri, scrivani, gendarmi e altri avventizi, magari persino carnefici, non temo di pronunciare la parola. E il senso di questa grande organizzazione, signori? Consiste nel fare arrestare degli innocenti e istruire a loro carico un procedimento assurdo e per lo più, come nel caso mio, infruttuoso. Come si potrebbe evitare, nell’assurdità del tutto, la più abietta corruzione dei funzionari? Non è possibile, non riuscirebbe a sottrarvisi nemmeno il più alto dei giudici. Ecco perché le guardie cercano di rubare gli abiti di dosso agli arrestati, ecco perché gli ispettori irrompono nelle case altrui, ecco perché degli innocenti, invece di essere interrogati, vengono umiliati di fronte a intere assemblee. Le guardie hanno parlato solo di depositi dove si portano gli oggetti di proprietà degli arrestati, vorrei vederli una volta questi magazzini, dove i beni degli arrestati, frutto del loro faticoso lavoro, marciscono, se non vengono prima rubati da impiegati ladri».
K. venne interrotto da strilli provenienti dal fondo della sala, si schermò gli occhi per riuscire a vedere, perché la luce torbida del giorno rendeva biancastra e abbagliante l’atmosfera fumosa. Si trattava della lavandaia, K. aveva capito fin dal suo ingresso che avrebbe seriamente disturbato. Se ora ne avesse colpa o no, non si poteva stabilire. K. vide soltanto che un uomo l’aveva attirata in un angolo vicino alla porta e la stringeva a sé. Ma non era lei che strillava, era l’uomo, aveva la bocca spalancata e guardava il soffitto. Intorno ai due si era formata una piccola cerchia, il pubblico della galleria vicino a loro parve entusiasta che il clima di serietà instaurato da K. nell’assemblea venisse rotto in questo modo. Il primo impulso di K. fu di precipitarsi là, pensando anche che a tutti premesse ristabilire l’ordine laggiù e per lo meno scacciare la coppia dalla sala, ma le prime file davanti a lui rimasero dov’erano, nessuno si mosse, e nessuno lasciò passare K. Addirittura glielo impedirono, dei vecchi gli opposero il braccio, e una mano – non ebbe il tempo di voltarsi – lo afferrò dietro per il colletto. Alla coppia K. non pensò più, fu come se venisse limitata la sua libertà, come se si facesse sul serio con l’arresto, e d’impulso saltò giù dalla pedana. Si trovò a faccia a faccia con la folla. L’aveva giudicata bene quella gente? Aveva confidato troppo nell’effetto del suo discorso? Avevano finto per tutto il tempo che lui aveva parlato, e adesso che era giunto alle conclusioni ne avevano abbastanza di fingere? Che facce intorno a lui! Occhi piccoli e neri guizzavano qua e là, le guance cascavano come quelle degli ubriachi, le lunghe barbe erano rigide e rade, e quando le si afferrava, era come se si formasse semplicemente un artiglio con la mano e non come se si afferrasse una barba. Ma sotto le barbe – e questa fu la vera scoperta di K. – ai baveri delle giacche luccicavano distintivi di ogni misura e colore. Per quanto si poteva vedere, tutti avevano questi distintivi. Tutti erano della stessa banda, gli apparenti partiti di destra e di sinistra, e quando K. si voltò di scatto, vide gli stessi distintivi al bavero del giudice istruttore, che, le mani in grembo, guardava giù tranquillo. «È così», esclamò K. levando in alto le braccia, la scoperta improvvisa aveva bisogno di spazio, «a quanto vedo siete tutti impiegati, siete la banda corrotta di cui parlavo, vi siete accalcati qui ad ascoltare e ficcare il naso, avete formato dei finti partiti, uno dei quali mi ha applaudito per mettermi alla prova, volevate imparare come si seducono degli innocenti! Bene, non siete venuti qui inutilmente, spero: o vi siete divertiti nel vedere che qualcuno si è aspettato da voi la difesa dell’innocenza, oppure», -«lasciami o picchio», gridò K. a un vecchio tremante che gli si era spinto troppo addosso -«oppure avete imparato davvero qualcosa. E con ciò vi auguro buona fortuna nel vostro mestiere». Afferrò in fretta il cappello che stava sul bordo del tavolo e, nel silenzio generale, il silenzio della più totale sorpresa, si fece largo verso l’uscita. Il giudice istruttore parve essere stato più veloce di K., perché lo aspettava sulla porta. «Un momento», disse. K. si fermò, guardando però non il giudice ma la porta, di cui aveva già afferrato la maniglia. «Volevo solo farle osservare», disse il giudice, «che lei oggi – forse non se ne è ancora reso conto – si è privato del vantaggio che un interrogatorio comunque significa per l’arrestato». K. rise, volto verso la porta. «Farabutti», gridò, «ve li regalo i vostri interrogatori», aprì la porta e corse giù per le scale. Dietro di lui si levò il rumore dell’assemblea che si era rianimata e si accingeva forse a discutere i fatti, come fanno gli studenti.

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5 commenti su “#processisopralerighe Lo svolgimento di una udienza

  1. nanastime
    14 marzo 2016

    Proprio ora lo sto leggendo…

    Liked by 1 persona

    • Clara
      14 marzo 2016

      È un libro immenso. Buona lettura!

      Mi piace

      • nanastime
        14 marzo 2016

        Grazie! È una raccolta di romanzi e racconti. Segue la Metamorfosi

        Mi piace

      • Clara
        15 marzo 2016

        Una bella full immersion, complimenti! Anche io sto leggendo Kafka in questi giorni, i racconti di Un artista del digiuno. Se riesco posterò qualcosa! buona lettura ;)

        Mi piace

      • nanastime
        15 marzo 2016

        Io posterò qualche citazione come mi è usuale. Attendo le tue! Buona lettura anche a te ^_^

        Liked by 1 persona

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Questa voce è stata pubblicata il 14 marzo 2016 da in Citazioni (quotes), Il giurista dentro il libro, Libri, Pagine e incubi con tag , .

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