Il paese dei gatti

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#recensione Non luogo a procedere, di Claudio Magris

Il male è una catena di mani che si stringono educatamente.

E’ di recente pubblicazione l’ultimo, bellissimo, libro di Claudio Magris Non luogo a procedere, edito Garzanti nel 2015. George Steiner lo ha definito “indispensabile in quest’epoca barbarica della storia“. Ed è verissimo.

_non-luogo-a-procedere-1440304695Il nuovo libro di Magris è qualcosa di più e di diverso da un romanzo. E’ un gnommero gaddiano, che infatti, a sua volta si immatassava nell’intervallo tra le due guerre. E anche questa storia si annida là, negli anni delle retate e dei campi di concentramento. Tante storie si affollano tra le pagine. Tutte filtrate dalle ricerche e riflessioni di Luisa, una giovane studiosa incaricata di progettare un museo a Trieste, che possa riunire una imponente collezione di armi, lasciata da un misterioso personaggio, deceduto in circostanze ancora più misteriose. E così, ogni arma, ogni macchina da guerra, è l’occasione per l’Autore di raccontare una storia, l’origine di quel pezzo museale, o il destino di coloro che l’hanno utilizzato o ne sono rimasti vittime. Luisa immagina come collocare ogni cosa, dandone il giusto risalto. Il museo della guerra deve raccogliere tutte le armi del mondo, perché non possano ferire più, diventando così un incredibile monumento alla pace. Luisa studia i taccuini, i diari, gli appunti del collezionista senza nome, e ne ripercorre la vita, o immagina quelle che ragionevolmente possono essere state le sue vicissitudini. Ma ricorda anche la propria storia e quella della propria famiglia: il padre, militare afroamericano in una epoca di pesante razzismo, la madre ebrea, schiacciata dal trauma non solo di aver perso la madre, ma di avere ereditato la colpa di questa, per aver fatto i nomi di chi era nascosto con lei in una abitazione della città.

Tutte le storie si intersecano e girano attorno all’orrore italiano, l’orrore di Trieste, la Risiera, luogo di torture, camere a gas, prigionia prima della deportazione nei campi di concentramento polacchi.

Ma il racconto di Magris gira attorno alla storia ufficiale, come un filo attorno alla matassa, non ne segue i grovigli profondi, ma lo considera nel suo complesso. Come è stato possibile ciò? E’ la domanda che aleggia su ogni riga. I nomi dei boia e dei loro collaboratori  non sono più un segreto, non lo sono mai stati veramente. Sono invece stati nascosti quegli altri nomi. Di coloro che, potenti di mezzi, hanno sostenuto economicamente e logisticamente l’orrore. Coloro che non hanno mai toccato il sangue, ma lo hanno reso possibile. Coloro che dopo la guerra hanno continuato a frequentare i salotti della città e del mondo, indisturbati, insospettabili: banchieri, assicuratori, nobili, ricchi alberghieri. I nomi di alcuni sono stati incisi sulle pareti della Risiera dai prigionieri, che forse li avevano intravisti, e riconosciuti, in qualche corridoio, mentre stringevano la mano dei boia, ridendo affabilmente, concludendo affari. Quei nomi sono scomparsi, e sono stati volutamente dimenticati. C’era un imprenditore di trasporti, che forniva automezzi per trasportare gli ebrei ad Auschwitz; un barbiere, incaricato dalle SS di prendere contatti con i parenti dei prigionieri e domandare il riscatto. Compaiono ditte commissionate della costruzione dei bunker (poi, dopo la guerra, della distruzione di quegli stessi bunker). E ci sono anche gli avvocati. L’avvocato Erminia Schellander, che aiuta i carnefici a liquidare i beni sequestrati agli ebrei, percependo il 5% sulle prime 500.000 lire, perché

per fare buoni affari, buoni per tutti, non basta sfondare porte e razziare cose preziose, occorre sapere poi cosa farsene e per questo c’è tutta una serie di bravi professionisti.

Poi l’avvocato Ernst Dietrich August Allers

ispettore e supervisore del campo di San Sabba – è la sua famosa cicatrice, chi è che me l’ha messa sulla faccia; non sono io – non sono un criminale – sì, so che il male, il delitto è un virus che contagia tutti, nessuno è innocente. A San Pietro del Carso, a Kocevje non ho denunciato nessuno, anzi – che tosse, e che nausea – ma non basta, no, non basta. Chi non è innocente è colpevole, la zona grigia è un’invenzione di comodo [..]

E ancora, l’ambivalente consigliere avv. dott. Cesare Pagnini

illustre studioso di Winckelmann, certo, un galantuomo e anche podestà fascista che nei giorni dello scontro finale darà una mano alla Resistenza.

E’ un libro di introspezione, individuale e sociale. Una storia che punta al cuore più intimo del male, ammesso che un cuore vi sia. Il silenzio è già una colpa, figuriamoci la attiva cooperazione. E’ un libro che dovrebbero leggere tutti, in questa nuova epoca di nuove guerre, con tante, inimmaginabili, mani che pulite si stringono educatamente.

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