Il paese dei gatti

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#AvvocatiNellaLetteratura Un artista del digiuno, di Franz Kafka

[…] nelle fotografie si vedeva l’artista al quarantesimo giorno di digiuno, a letto, quasi spento dalla spossatezza. Tale distorsione della realtà che l’artista conosceva bene, ma che ogni volta riusciva a snervarlo, era troppo per lui. Quella che era la conseguenza della fine anticipata del digiuno, veniva presentata qui come la causa! Contro questa incomprensione, contro questo universo di incomprensione era impossibile combattere. Ogni volta era rimasto ad ascoltare l’impresario con fiducia, avidamente attaccato alle sbarre, ma quando comparivano le fotografie lasciava sempre la presa e ricadeva con un sospiro sulla paglia, e il pubblico tranquillizzato poteva riavvicinarsi per osservarlo.
Quando anni dopo i testimoni di queste scene ripensavano a ciò che avevano visto, il più delle volte non riuscivano a capire se stessi. Perché nel frattempo si era verificato quel mutamento radicale che si è detto; era successo quasi all’improvviso; potevano esserci motivi più profondi, ma a chi importava cercarli; comunque un giorno l’artista, così viziato dal successo, si vide abbandonato dalla folla smaniosa di divertirsi, che accorreva piuttosto ad altri spettacoli. […] In realtà il fenomeno non era potuto capitare così, di punto in bianco, e ora tornavano alla mente in ritardo alcuni segni premonitori di cui all’epoca, nell’euforia del successo, non si era tenuto abbastanza conto e che non erano stati ostacolati quanto si sarebbe dovuto, ma ormai era troppo tardi per fare qualcosa. Prima o poi sarebbe tornato anche il tempo del digiuno, questo era certo, ma per chi viveva allora non era una consolazione. Cosa doveva fare l’artista a quel punto? Chi era stato acclamato da migliaia di persone non poteva esibirsi in baracconi di piccole fiere, e per intraprendere un’altra professione l’artista non solo era troppo vecchio, ma soprattutto troppo fanaticamente dedito al digiuno. Così congedò l’impresario, il compagno di una carriera senza pari, e si fece ingaggiare da un grande circo; per non urtare la propria suscettibilità, non guardò neppure le clausole del contratto.

È il racconto postumo del 1924 Un artista del digiuno, di Franz Kafka, nella traduzione di Gabriella de’ Grandi per Quodlibet. Lo scrittore vi lavorò sino all’ultimo giorno di vita, nel sanatorio. Anche i giuristi conoscono bene la tentazione di firmare un contratto senza leggerlo, per non urtare la propria suscettibilità. Si sa molto bene che si troverà molto da ridere, ma poco che può essere davvero modificato. Come la vita che viene presa in consegna così, senza guardare le clausole in appendice.

Foto in copertina: Josef Hoflehner

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