Il paese dei gatti

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#AvvocatiNellaLetteratura I diari di Vladimir Mihelj

Questa settimana propongo la lettura di alcune pagine inedite del diario del giornalista Vladimir Mihelj, laureato in giurisprudenza, che nel dicembre del 2000 e poi nell’agosto del 2003, a Duino, ha scritto le memorie dei fatti di cui è stato testimone durante la seconda guerra mondiale a Trieste. Il diario è stato raccolto e sistemato dal figlio, l’avv. Stefano Mihelj, collega e amico del foro di Roma, che li ha trascritti postumi sulla propria pagina fb, e ora ne ha autorizzato la lettura nella rubrica radiofonica Avvocati Nella Letteratura per IusLaw web radio. Abbiamo trasmesso gli episodi dall’anno 1944 al 1954 circa:

Il fatto avvenne nel 1944, nel mese di aprile. Da noi aveva preso recapito una ragazza di [OMISSIS], studentessa. Corriere dei partigiani sloveni. La GeStaPo riuscì a trovarla, l’arrestò, la torturò e la uccise. Ma nella borsetta aveva una lettera intestata [..] Presso famiglia Mihelj, via Alfieri 6, Trieste. Quanto bastava perché la polizia italiana, la famigerata banda Collotti, piombasse a casa nostra e prelevasse Jose [NdR è il padre di Vladimir], la moglie e mio fratello Romano. Io ero in caserma, arruolato nella organizzazione Todt, a San Giovanni. Fui trattenuto 3 giorni […] Jose dopo qualche settimana fu trasferito al carcere del Coroneo, dove lo raggiunsi il 5 maggio, essendo stato prelevato dalla caserma di Roiano. […] poi Jose, con il figlio Romano, fu deportato a Dachau, in Germania. La moglie Franzka finì a Auschwitz, dove morì di stenti nei primi mesi del 1945

[…] occorre ricordare che:

a) a inventare i “lager” furono gli inglesi durante la guerra boera;

b) che a svilupparli furono i sovietici, seguiti dai loro satelliti;

c) che per i nazisti i lager furono uno strumento scientifico per eliminare le “impurità” che minacciavano la razza germanica e cioè ebrei, pederasti, zingari, e, eventualmente, anche criminali comuni. Mentre per i sovietici servivano a rendere innocui, anche eliminandoli fisicamente, tutti gli oppositori del regime o, meglio, gli oppositori al capo del partito di quel momento, per cui anche i compagni di ieri finivano nei gulag (Gluvnoe Upravljenje LAGereb – Direzione Generale dei Campi di Lavoro […]

[…] Successe che un civile che lavorava nell’altro turno trovò sulla sua scatola del calibro una scritta in cirillico che non riuscii a leggere. La cosa fu segnalata al maresciallo del campo che, venendo forse dal fronte russo, leggeva il cirillico e lesse “Smrt fasismn, soloboda narodem”, cioè lo slogan sovietico e comunista valevole da Vladivostok a Trieste che tradotto in italiano significa “Morte al fascismo, libertà ai popoli”. (Ricordo, per inciso, che questo slogan compariva in Jugoslavia fino al 1950, a chiusura di ogni lettera, documento o comunicazione che non fosse strettamente privata, a mo’ dei “cordiali saluti”).

Il problema era che chi l’aveva scritto sulla scatola, ovviamente era un detenuto russo. E il maresciallo condusse subito l’inchiesta limitandola ai detenuti russi. Non servirono né parole, né promesse, né minacce. Poi il maresciallo ricorse alla prova scritta: ogni detenuto doveva ripetere su un pezzo di carta lo slogan. In poco tempo, il maresciallo credette di individuare il colpevole che, come sapemmo poco dopo, fu portato a Buchenwald, o in qualche prigione più vicina, per essere impiccato.

[…] nella primavera del 1954, aiutato da un lontano parente, Leo Cibic, addetto al consolato jugoslavo a Trieste, ebbi una intervista con il vice ministro degli esteri Ales Bebler che mi raccontò per filo e per segno il piano di spartizione del TLT (territorio libero di Trieste). Feci l’articolo ma ebbi l’ingenuità di spiegare il tutto al direttore dopo averlo dettato per telefono al giornale. Presi il treno e tornai a Trieste appena in tempo per leggere tutta la storia sul Piccolo della Sera. Seguirono precisazioni e smentite, perché nell’articolo non avevo citato Bebler. Per “punizione” le autorità jugoslave chiusero il confine per me e anche per il cognato Pino. Ma il piano da me svelato (credo il 14 aprile) era ben preciso. E lo si vide qualche mese dopo con il memorandum di Londra, che sanciva l’accordo italo-jugoslavo per la spartizione del TLT (l’infame baratto, come lo battezzò Vittorio Vidali, capo del PC triestino, al quale, peraltro, andava bene). Nel novembre successivo le truppe italiane entrarono a Trieste e alla Jugoslavia si annesse anche per legge internazionale la ex zona B del TLT.

Sulla seconda guerra mondiale a Trieste è dedicato anche il bellissimo libro appena pubblicato da Claudio Magris, Non luogo a procedere, presentato al Salone Internazionale del Libro a Torino 2016, a cui è stata dedicata una puntata di questa rubrica.

Foto di John Sexton

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