Il paese dei gatti

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#DiarioDiBordo giorno #1 Gesù di Nazaret vol. II

In realtà non è proprio il primo giorno di lettura, perché ho già letto il primo volume quasi due anni fa e avevo proseguito con il secondo volume, ma lo ho poi abbandonato. Quindi questo è il primo giorno di ripresa della lettura. Lo avevo momentaneamente accantonato perché altri libri si sono messi di mezzo e perché è una bellissima lettura che richiede il momento giusto. Non è un libro che può essere letto a caso. L’altra sera ho visto il Vangelo secondo Matteo di Pasolini (bellissimo, vedetelo e rivedetelo, se ne avete l’occasione) e mi è tornata la voglia di proseguire la lettura di queste pagine che mi aspettavano.

pasolini

La scrittura di Ratzinger è bella perché è semplice e profonda; umile e analitica; oggettiva e colma di fede. I suoi libri su Gesù ne ripercorrono la vita alla luce dei testi giunti sino a noi, con uno sguardo sempre attento a una rigorosa contestualizzazione storica di ogni vicenda. Sulla scorta degli episodi storici e del contesto religioso, sociale e politico, Ratzinger ci conduce per mano indicando le soluzioni interpretative dei gesti e delle parole di Gesù, dando sempre conto delle diverse voci del dibattito teologico su ciascun tema. Sono argomenti molto complessi, ma il linguaggio è molto semplice e chiaro, alla portata di tutti. E anche se non vi sentite inclini a discorsi sulla fede o sulla religione, io ve lo raccomando lo stesso, perché è una fonte ricchissima di informazioni su quanto storicamente accaduto e sull’inquadramento di un particolare periodo storico e di un popolo.

Io ne ho ripreso la lettura da dove ero rimasta, e ho affrontato il capitolo 7, dedicato al processo svolto a carico di Gesù. Si passano in rassegna le autorità che lo hanno giudicato (il Sinedrio, con Caifa, e Pilato), il ruolo sociale e di potere che avevano, con molta attenzione al rito che è o non è stato applicato. Il paragrafo che ha catturato maggiormente la mia attenzione è stato quello dedicato alle domande che Pilato ha rivolto a Gesù, tra cui, quella fondamentale (non posta dal Sinedrio), che cosa è la verità? Questo perché Gesù ha qualificato “come essenza della sua regalità la testimonianza alla verità”.

Che cosa è la verità? La domanda del pragmatico, posta superficialmente con un certo scetticismo, è una domanda molto seria, nella quale è effettivamente in gioco il destino dell’umanità. Che cosa è, dunque, la verità? Possiamo riconoscerla? Può essa entrare, come criterio, nel nostro pensare e volere, nella vita sia del singolo che in quella della comunità?

E dopo avere ripercorso le definizione di verità offerte dalla scolastica, e in particolare da S. Tommaso, si cerca di definire cosa Gesù avesse inteso, rispondendo a Pilato.

La verità in tutta la sua grandezza e purezza non appare. Il mondo è “vero” nella misura in cui rispecchia Dio, il senso della creazione, la Ragione eterna da cui è scaturito.

Fino ad affermare che dare testimonianza alla verità, “partendo da Dio” significa

rendere la creazione decifrabile e la sua verità accessibile, in modo tale che essa possa costituire la misura e il criterio orientativo nel mondo del’uomo – che ai grandi e potenti si faccia incontro il potere della verità, il diritto comune, il diritto della verità.

Questo riferimento al diritto comune e l’affermazione di un diritto della verità mi sembra particolarmente importante. Forse perché nel linguaggio giuridico ordinario, sono espressioni senza alcun significato; ma intese in un’altra prospettiva, assumono un senso fondamentale.

E ancora:

nella grandiosa matematica della creazione, che oggi possiamo leggere nel codice genetico dell’uomo, percepiamo il linguaggio di Dio. Ma purtroppo non il linguaggio intero. La verità funzionale sull’uomo è diventata visibile. Ma la verità su lui stesso – su chi egli sia, di dove venga, per quale scopo esista, che cosa sia il bene o il male – quella, purtroppo, non si può leggere in tal mondo.

E nell’ottica del significato della verità, appare ancora più grave l’atto di condanna del Sinedrio, che si è spinto sino a forzare la decisione di Pilato, e preferire Barabba a Gesù:

Se l’aristocrazia del tempio come massimo arriva alla frase: “Non abbiamo altro re che Cesare” (Gv 19,15), ciò è solo apparentemente una rinuncia alla speranza messianica di Israele: questo re noi non lo vogliamo. Essi desiderano un altro genere di soluzione del problema.

Cioè un regno fondato sulla autorità della forza, della violenza.

Ma con la potenza militare, da sola, non si può stabilire nessuna pace. La pace si fonda sulla giustizia. La forza di Roma era il suo sistema giuridico, l’ordine giuridico, sul quale gli uomini potevano contare. Pilato – lo ripetiamo – conosceva la verità di cui si trattava in questo caso e sapeva quindi che cosa la giustizia richiedeva da lui.

Ma alla fine vinse in lui l’interpretazione pragmatica del diritto: più importante della verità del caso è la forza pacificante del diritto, questo fu forse il suo pensiero e così si giustificò davanti a se stesso.

[…] Il fatto, però, che la pace, in ultima analisi, non può essere stabilita contro la verità, doveva manifestarsi più tardi.

Uno spunto di riflessione prezioso per tutti i giuristi: il diritto che persegue la verità e la giustizia, oppure la pace, anche a scapito della giustizia se necessario? Quante volte è accaduto il secondo caso, soprattutto nel diritto tra gli Stati? Forse però non si fa che rinviare il problema, che inesorabile aspetta sempre al varco.

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