Il paese dei gatti

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#DiarioDiBordo giorno 1 Il poema dei lunatici, di E. Cavazzoni

Apro un altro diario di bordo, in corso di lettura del libro di Ermanno Cavazzoni. In realtà, anche in questo caso, proseguo da dove lo avevo interrotto, mesi fa. L’ho preso in prestito dalla biblioteca e, la scorsa volta, nonostante il rinnovo, non ero riuscita a completarne la lettura. Così ora, complice agosto, spero di leggerlo tutto d’un fiato.

Ma, direte, non stavo già leggendo L’uomo senza qualità? E anche Gesù di Nazaret, di Ratzinger? Sì, sto leggendo anche quelli. Ma come già avevo scritto, sono libri che hanno delle loro esigenze, e non possono essere letti sempre e ovunque. Il primo, essendo composto da testi autonomi in sé, che non seguono una trama definita e si prestano ad essere assaporati ad uno ad uno, anche facendo trascorrere molto tempo tra l’uno e l’altro. Il secondo, anche se si tratta di una scrittura ed esposizione molto semplice e comprensibile, tratta temi he richiedono, per quanto mi riguarda, una certa attenzione, e una certa quiete dell’ambiente. Non è fatto per essere letto in treno o in metropolitana, o in una spiaggia affollata. Si capisce così come ci sia ampio spazio per una terza lettura parallela, questa.

Ho ripreso da dove lo aveva lasciato, e in realtà alle prime pagine ancora. Ho terminato il terzo capitolo, dedicato a Nestore, e mi sono avventurata nel quarto.

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Fotogramma de La voce della luna, di Fellini, ispirato al romanzo Il poema dei lunatici

Brevemente, il libro è un racconto in prima persona. Il protagonista matura un interesse, totalizzante, per i pozzi e per ciò che dentro vi accade. Per esempio, i racconti in bottiglie abbandonate che vi si possono trovare, le voci che talvolta riecheggiano, i movimenti dell’acqua che sale e scende in base alla luna e sembra richiamare qualcosa o qualcuno. Il protagonista prende a vagabondare per i campi cercando e studiando tutti i pozzi che incontra. Ma anche i canali, gli acquitrini, tutto ciò che ha a che fare con l’acqua. E si imbatte così nella storia di Nestore, un maestro che avrebbe lasciato la moglie e il paese per una ossessione nata intorno a un pozzo. E arrivati nel paese in cui Nestore avrebbe dovuto vivere, effettivamente il nostro protagonista incontra un ingegnere, che si chiama proprio così, ma di pozzi nessuna traccia. Solo un lavandino, da cui cade ritmicamente una goccia di acqua spia e cadenza il racconto di Nestore sulla propria vita e sulla ex moglie, la “vaporiera”, che andava sui propri binari come un treno, sferragliando e sbuffando.

Però non sappiamo ancora se quel Nestore è la stessa persona che stavamo cercando. E si sospetta che mai lo sapremo. Intanto Nestore ci dà qualche dettaglio di sé. Per esempio, da bambino amava passeggiare sui tetti come un gatto, e sentirsi libero di essere se stesso. Non come poi, con la “vaporiera”..

Io vedevo la gente e le macchine, e ero contento che andassero ognuno dove voleva; poi vedevo tutti gli uccelli per aria e dei campanili e antenne, e vedevo venire la sera indipendente da me, ma con tutto quello spettacolo che mi è sempre piaciuto. Poi mi piaceva vedere le nuvole al vento, che durano poco; e la luna e le stelle e le stelle cadenti; e la nostra galassia fosforescente.

Queste pensavo che sono cose distanti, e si vedono bene dai tetti. Uno si può sedere sul tetto che ha scelto e è abbastanza beato di non essere niente. Niente per il traffico che c’è nella strada e per tutto quello che gira nel cielo. Quando si vive sui tetti, si ha un bel da dire, uno è solo contento, e si cerca di stare più in alto e di scomparire.

Però, con tutto quello stare sui tetti, il nostro Nestore soffre un po’ di alienazione e inizia a vedere le cose forse con eccessivo distacco. Tanto che tutto inizia a sembrargli un set teatrale, una messinscena con tanto di comparse e attori. Niente più appare reale.

 Ma io ci badavo, e era così chiaro per me allora che dietro alle vie non c’era quasi niente oltre quello che si poteva vedere, o c’erano forse dei puntelli di legno per tenere su questi muri sottili.  E davanti non ci si accorgeva di niente perché tutto era fatto con una perfetta esattezza, che io mi chiedevo: ‘ma come hanno fatto?’ [..]

Io ho anche tolto l’intonaco qualche volta, con una zappetta, e dietro c’erano i mattoni, esatti esatti, ma di questo cartone speciale. Poi non potevo cercare più sotto, ma tanto ero sicuro che tutto era identico al vero. E c’erano le porte che sembravano legno e io ero molto ammirato, e le provavo con un coltellino a grattare.

Su questa idea, dodici anni dopo, Cavazzoni ci costruirà un intero romanzo: La valle dei ladri, già Cirenaica.

E Nestore continua a raccontare.

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Fotogramma de La voce della luna, di Fellini, ispirato al romanzo Il poema dei lunatici

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2 commenti su “#DiarioDiBordo giorno 1 Il poema dei lunatici, di E. Cavazzoni

  1. Pingback: Avevo avuto quel sospetto, che ci fossero delle bottiglie nei pozzi, di tutti quelli che son naufragati | Il paese dei gatti

  2. Pingback: #GiudicatiDallaCopertina SETTEMBRE2016 – Novità in libreria | Il paese dei gatti

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