Il paese dei gatti

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#DiarioDiBordo giorno 2 Il poema dei lunatici, di E. Cavazzoni

Con il nostro viaggiatore padano stralunato abbiamo ascoltato tutto il racconto di Nestore, con uno strano signore che ogni tanto metteva la testa fuori dal rubinetto del lavello e spiava, allungandosi e ritirandosi come una goccia d’acqua. Poi siamo tornati al bar a raccontare un po’ di cose e soprattutto di quel signore dentro il tubo del rubinetto. E allora tutti gli avventori del bar raccontano certe storie, di un popolo di esserini che vivono nei rubinetti, e tutti raccontano e ridono, finché il nostro viaggiatore misterioso si accorge che ha ragione Nestore, è tutta una recita, ognuno con la sua battuta, perfettamente a tempo tutti. E il bar probabilmente è tutta una sceneggiatura di cartone. E glielo dice; e quelli smettono di ridere, e di raccontare.

e ormai c’era in giro un fuggi fuggi senza dare nell’occhio, un fuggi  tenuto tutto un po’ camuffato. Se la davano a gambe cioè, perché gli svelavo i loro segreti; ma lo facevano col loro sistema, come se non stesse succedendo quasi niente.

Uscendo dal bar, incontra il becchino, che gli racconta bene la storia del popolo che vive nei tubi dell’acqua, e nelle fognature, che sono l’inferno.

Poi ci sono epoche di grandi comizi nei tubi e nelle fosse per il drenaggio, che sono più ampie e si riempiono di questi politicanti e dei loro seguaci. Assieme fanno un rumore continuo di schiuma, e l’oratore in certi momenti ha come un rigurgito rauco che eccita tutti.

Ma questa lingua da inferno è soprattutto fatta di risciacqui vocali, con pause e riprese, che sembrano della saliva che cola [..] Una lingua barbarica, dicevo, ignota. Ma, secondo lui, si sentono gli echi a volte venire su dal buco del gabinetto, se ci si mette a ascoltarlo; e si può quindi imparare. [..]

Comunque l’inferno è fatto così, diceva; e molti ci preferiscono stare, ci si abituano, invece che stare nell’acqua potabile.

Niente di più, niente di meno. E devo ammettere che durante la lettura di questo inferno acquatico sotterraneo, popolato da esserini orrendi, non ho potuto ripercorrere con la mente quel viaggio nei sottorranei di Tokyo, in compagnia della ragazza grassa vestita di rosa, fino a quel grande lago sotterraneo, in cerca del vecchio professore, del protagonista de La fine del mondo e il paese delle meraviglie, firmato Haruki Murakami. Lì il mondo sotterraneo era popolato dagli Invisibili, essere malvagi che si celavano nell’oscurità e talvolta rapivano gli umani che si perdevano nelle gallerie della metropolitana. Popolazione oscura e misteriosa che ventiquattro anni più tardi Murakami riprenderà e sviluppera nel ruolo dei Little people, in 1Q84, simbolo di qualcosa che accade lontano dagli occhi di tutti, nei movimenti profondi di una società, e poi un bel giorno emergono alla luce nel mondo, provocando stupore, incredulità, generando avvenimenti imprevisti che nessuno riesce a spiegarsi. La fine del mondo e il paese delle meraviglie è stato pubblicato in Giappone nel 1985 e in Italia soltanto nel 2002. Il poema dei lunatici è del 1987, quindi successivo. Ma, a meno che Cavazzoni in quegli anni non si trovasse in Oriente a leggere Murakami in lingua originale, è lecito pensare che non vi sia stata alcuna interferenza di un’opera sull’altra. A maggior ragione mi colpisce che due scrittori così lontani abbiano raccontato le loro trame con una ambientazione tanto simile. E non è l’unico punto di contatto tra i due: anche in Murakami, come ne Il poema dei lunatici, il pozzo è un luogo dove accadono molte cose, a volte funeste, a volte salvifiche (in Norwegian wood, un fantomatico pozzo nascosto tra i prati e i boschi, è l’incubo di una delle protagoniste, malata di depressione; in Dance dance dance il pozzo è il luogo dove il protagonista si cala per entrare in un’altra dimensione, dove può comunicare con la moglie scomparsa nel nulla; e in 1Q84 un soldato viene gettato in un pozzo, che costituirà la sua pena, ma anche la sua salvezza). Anche la luna è una protagonista fondamentale in Murakami (come lo sdoppiamento di luna in 1Q84), così come per Cavazzoni (il film di Fellini, tratto dal romanzo, si chiamerà appunto La voce della luna).

image

locandina de La voce della luna di Federico Fellini, realizzata da Milo Manara

Ma andiamo avanti nelle nostre pagine: il becchino conferma poi che tutti recitano. Lui, per esempio, fa il becchino perché lo pagano, ma in realtà non gli importa nulla; l’autista del carro funebre va a due Km all’ora per contratto, ma si annoia in verità e poi in autostrada fa cantare il motore; e anche i morti..in realtà sono legno senza acqua. Bisogna vestirli, da morti; ed è appunto il suo lavoro.

– Ma mi spieghi bene. Allora, nei funerali, fan tutti finta o fanno davvero?

– Ma guardi, – e era diventato molto impaziente – la famiglia e i parenti non so, ma è chiaro che tra il personale, tra noi non c’è nessuno che faccia sul serio.

Poi come in un sogno, il viaggiatore si accorge che gli rivolge la parola il prefetto del paese, che era lì nella penombra vicino a una fontanella.

E anche la voce non era decisa e tonante; di modo che l’avevo presa forse all’inizio per l’acqua della fontana. E anche se stavo capendo che cosa diceva, tuttavia non ci badavo, perché non si bada alle illusioni che escono da una fontana.

E così prosegue il racconto di ciò che viene portato con l’acqua, nelle diverse forme che l’acqua assume nella pianura padana. E noi intanto ci addentriamo nel sesto capitolo.

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Un commento su “#DiarioDiBordo giorno 2 Il poema dei lunatici, di E. Cavazzoni

  1. Pingback: Avevo avuto quel sospetto, che ci fossero delle bottiglie nei pozzi, di tutti quelli che son naufragati | Il paese dei gatti

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