Il paese dei gatti

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Pensavo che le donne fossero tutta una fauna indecisa

#DiarioDiBordo giorno 4 Il poema dei lunatici, di E. Cavazzoni

Terminata la lettura di questo libro unico nel suo genere e in pieno stile cavazzoniano.

Eravamo rimasti nel deserto dei Gobi, ovvero nel mondo dei lucchetti, dove incontriamo anche la sorgente del cd. blocco dello scrittore:

E gli ho raccontato di uno che dicevano che era scrittore, che subiva gli scherzi di questa fatta: mentre scriveva si formavano sui margini del foglio di carta dei vermi bianchi e piccini che non si distinguevano quasi dal colore del foglio. E mentre il suddetto pensava, guardando il soffitto, loro pianissimo andavano verso le parole di inchiostro, cosicché quando stava per scriverla l’idea che gli era venuta, loro finivano sotto la penna e gli facevano fare degli sgorbi e macchiare.
E mentre puliva la punta o soffiava sopra la carta, l’idea gli scappava.
Così ricominciava a pensare; ma si formavano di nuovo dei bachi, quasi invisibili, e alla fine rovinava solo dei fogli.
Avrebbe dovuto esser veloce, ma non era il suo stile.
Poi dopo è passato alla biro, perché voleva fare un romanzo; ma succedeva che quei bachi gliela seccavano o non girava più la sferetta, o in certi punti rendevano quasi unta la carta in modo che la scrittura non si attaccava. E allora perdeva un sacco di tempo e gli sfumavano tutte le idee, e non riusciva a diventare scrittore.
Quelle, diceva che erano le sue tribolazioni; e i bachi non se li sapeva spiegare del tutto. Diceva che forse era la carta che si ribellava, e non voleva essere scritta da lui perché aveva vergogna.

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Tullio Pericoli

E mentre discorrono così del mondo dei lucchetti, il prefetto Gonnella si ricorda della vera storia dei Visigoti (non come è raccontata nei libri di storia): i Visigoti depredavano ogni villaggio che incontravano. E allora, per difesa, gli abitanti dei villaggi si erano messi d’accordo, e dopo ogni attacco fingevano di non essersi accorti dei Visigoti e attribuivano la strage a calamità naturali: un terremoto, un bufera, una pestilenza. I Visigoti, che non si accontentavano di depredare, ma volevano essere temuti e rispettati, rimanevano ogni volta di stucco. Non capivano come il popolo non potesse accorgersi di loro. E con il passare del tempo, non fu più nemmeno un inganno: la gente si abituò ad attribuire ogni disgrazia al tempo, alle calamità, a qualunque cosa, tranne che ai Visigoti.

I Visigoti dal loro punto di vista dicevano che la gente è di una spaventosa ignoranza e che loro quasi ci rinunciavano.
Ma la verità è che si sentivan sparire, e che anzi loro non c’erano, e non c’eran mai stati. Così sono invecchiati dentro questo castello, e di danni ormai ne riuscivano a far molto pochi. [..] Loro in sostanza non c’erano, e infatti sono scomparsi dalla storia così com’eran venuti, senza lasciare un’impronta.

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Tullio Pericoli

Dopo aver tracciato la mappatura della fantastica prefettura di competenza del prefetto Gonnella, i nostri amici fuggono per la campagna padana, perché le pressioni delle spie (cioè dei vecchi) si fanno più insistenti e invadenti. Giungono in una trattoria pizzeria alla periferia di un paesino e appostandosi in un igranaio vicino, partecipano alle vicende che si sviluppano lì attorno. Conoscono così il petulante e attaccabrighe slavo Manoli, che racconterà loro la terribile e raccapricciante storia di un gobbo in prigione, che è stato inghiottito progressivamente dalla sua stessa gobba che aumentava a dismisura. E poi conoscono due studenti, che racconteranno la vera storia di Garibaldi, che in verità sarebbe stato affetto da una grave patologia delle mente, di cui però nessuno si accorgeva, che gli impediva di riconoscere le persone, orientarsi e tenere distinte le diverse epoche temporali. E anche la vera storia del re delle due Sicilie, che combatteva la avanzata di Garibaldi dalla scrivania del suo castello, senza mai uscire, solo svolgendo calcoli matematici precisissimi che gli indicavano ogni modo possibile per giungere alla vittoria. Salvo che il suo quartier generale era pigro e indolente, come i soldati dell’esercito borbonico, e i suoi ordini venivano sistematicamente disattesi.

Perché il re, nella sua precisione, dava a tutti fastidio: dicevano che sì, ci vuole un re da qualche parte, ma che poi in fondo non serve, perché tanto il mondo va avanti da solo, e guai! a forzare le cose.

Così l’avanzata dei mille si è un po’ fatta da sola, per conto suo, con Garibaldi da una parte che credeva di combattere in America e i borboni dall’altra che puntavano solo a evitare lo scontro e prendere gli avversari per fame e stanchezza.
E infine c’è l’incontro con lei, la ragazza del bar, bellissima, con una cresta rossa che la fa sembrare un gallo, e di notte Savini va sotto la sua finestra per esibirsi in infiniti canti di tutte le specie di uccello.

Ma però a me si vede che mancavan le basi, perché io non avrei creduto che le donne fossero una giurisprudenza così astrusa e difficile. Io pensavo che le donne fossero una fantasia che ti viene a trovare, e non si sa mai quel che capita. E che quindi fossero anche, come possibilità, galli o galline, a seconda; o che fossero ad esempio un vapore che ti fa soffrire, o un male di pettp, o non so, una febbre mentale, un’asma, oppure un venticello celeste, o in certi casi dei granchi o degli stantuffi. Cioè non si può dire niente di fisso e di certo. Io pensavo che le donne nella loro sostanza fossero tutta una fauna indecisa, cioè come un galoppo che passa nel midollo spinale e dentro la fronte, di sirene, orche marine, tonni; e poi anche leopardi, cammelli, cornacchie, volpi, zanzare, formiche, eccetera all’infinito; perché chi può sapere i casi che ci son nella vita? di incantamento?

L’avventura trova il suo epilogo naturale nella piazza del paese, dove il prefetto si batte con tutti i suoi nemici e poi si libra in volo, finalmente potendo raggiungere i mondi ideali della sua prefettura. E Savini gira ancora un poco negli stessi luoghi, e incontra uno che gli racconta la vera storia di Giuda Iscariota, che ha creduto talmente tanto in Gesù che ha fatto fedelmente tutto ciò che gli è stato richiesto, fino alla fine, incluso il tradimento. E vedendo che poi Gesù è morto come un uomo qualsiasi, dalla delusione e dalla disperazione, si è impiccato.
Alla fine, anche Savini si sveglia, in una camera. Forse anche lui per tutto questo tempo è stato in uno dei territori della prefettura di Gonnella.

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Tullio Pericoli

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2 commenti su “Pensavo che le donne fossero tutta una fauna indecisa

  1. Alessandra
    17 agosto 2016

    Non ho letto il romanzo di Cavazzoni, ma desiderio ugualmente farti i complimenti per questa tua interessante analisi suddivisa in più parti. Dallo stile e dai contenuti non sembra un’opera facile da recensire, ma tu sei riuscita a renderne con chiarezza l’idea.

    Liked by 1 persona

    • Clara
      17 agosto 2016

      Ti ringrazio, che bella cosa mi scrivi. La recensione vera e propria arriva a giorni! ;)

      Liked by 1 persona

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