Il paese dei gatti

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Simili immaginazioni sono affini ai sogni di viaggi

#DiarioDiBordo giorno 4 L’uomo senza qualità, di Robert Musil

Ulrich è un uomo senza qualità perché desidera in modo confuso ma convinto di diventare un uomo straordinario, non sapendo proprio come diventarlo, per la semplice ragione che non sa in cosa consistano le qualità di un uomo straordinario. Ma è poi così necessario diventare un uomo straordinario? Necessario per chi? Non per il bene comune della società, come risulta evidente persino dagli studi zoologici. E’ evidente che la nostra sorte non è nelle nostre mani, ed essere uomini brillanti o mediocri non cambia le carte in tavola. Siamo come su un treno, che non conduciamo. E anche se rimaniamo assorti nelle nostre faccende, il panorama oltre i finestrini muterà e ci renderà spaesati.

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[…] Se svolgendo una qualsiasi funzione s’incontrano difficoltà, si desiste subito, perché si trova un’altra cosa, oppure un metodo migliore, o ancora vi sarà un altro che s’incaricherà di scoprire la strada giusta; e questo non porta danno, perché il massimo sperpero delle forze comuni è causato dalla presunzione di esser chiamati a compiere la propria opera fino in fondo. [..] per essere felici non ha importanza lo scopo prefisso, ma solo il fatto di raggiungerlo. E inoltre la zoologia insegna che da una somma di individui limitati può benissimo risultare un insieme geniale.

Non è certo che avverrà proprio così. Ma simili immaginazioni sono affini ai sogni di viaggi, in cui si rispecchia il senso dell’incessante movimento che ci trascina con sé. Sono superficiali, irrequiete e brevi. Sa Iddio quale sarà veramente il futuro. Si direbbe che ad ogni istante noi abbiamo in mano gli elementi, e la possibilità di fare un progetto per tutti. Se non ci piace la faccenda delle velocità, inventiamo qualche altra cosa! Per esempio una cosa molto lenta, con una felicità fluttuante come un velo, misteriosa come una chiocciola marina, e con quel profondo occhio bovino di cui già s’estasiavano i greci. Ma purtroppo non è affatto così. Siamo noi, invece, in balìa della cosa. Giorno e notte viaggiamo dentro ad essa e vi svolgiamo ogni nostra attività; ci si rade, si mangia, si ama, si leggono libri, si esercita la propria professione, come se le quattro pareti stessero ferme, e l’inquietante è che le quattro pareti viaggiano, senza che ce ne accorgiamo, e proiettano innanzi le loro rotaie come lunghi fili adunchi e brancolanti, senza che noi sappiamo verso qual meta. E per di più si vorrebbe possibilmente far parte delle forze che menano il treno del tempo. E’ un compito assai indefinito, e quando si guarda fuori dopo un lungo intervallo si ha l’impressione che il paesaggio sia mutato; ciò che fugge davanti ai finestrini, fugge perché non può essere altrimenti, ma sebbene noi siamo sottomessi e rassegnati ci domina sempre più l’impressione sgradevole di aver già oltrepassato la meta o di aver imboccato la linea sbagliata. E un bel giorno ecco il bisogno frenetico: scendere! Saltar giù! Un desiderio di esser ostacolati, di non più evolversi, di restar fermi, di tornare indietro al punto che precede la diramazione sbagliata. E nel buon tempo antico, quando c’era ancora l’impero austriaco, si poteva in quel caso scendere dal treno del tempo, salire su un treno comune d’una ferrovia comune e ritornare in patria.

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Questa voce è stata pubblicata il 2 settembre 2016 da in Citazioni (quotes), Letteratura di viaggio, Libri con tag , , , , , .

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