Il paese dei gatti

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Me la dipingevo ancor più perfida di quanto fossi solito stimare simili femmine

#DiarioDiBordo giorno 6 L’uomo senza qualità

Ulrich prosegue le sue riflessioni sulle qualità che devono appartenere a un uomo notevole e si interessa alla vicenda processuale di Moosbrugger, un falegname condannato a morte per avere ucciso ferocemente una prostituta.

una sola volta durante il processo riuscì a vederlo in carne e ossa. La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e l’irrilevante accade nella realtà.

Ulrich è attratto dalla vicenda giudiziaria perché inizia a convincersi che nell’uomo Moosbrugger sia celata la vera essenza dell’uomo comune della propria epoca. E allo stesso tempo riflette sulla consistenza della vicenda processuale rispetto alla verità dei fatti e della persona di Moosbrugger.

D’inverno è difficile per un falegname trovar lavoro, e spesso Moosbrugger stava intere settimane per la strada. Si cammina tutto il giorno, si arriva in un posto e non si trova alloggio. Bisogna rimettersi in cammino fino a tarda notte. I soldi per un pranzo non ci sono, e allora si beve acquavite finché negli occhi brillano due candele e il corpo cammina da solo. Nonostante la minestra calda, non si vuole andare all’asilo notturno, un po’ per le cimici e un po’ per l’umiliazione della tosatura; così si preferisce accattare qualche moneta e cacciarsi nel fienile di un contadino. Senza dirglielo, naturalmente; a che serve star lì a pregare e incassare soltanto offese? Si capisce che al mattino sovente ne nasce un litigio, e denunce per violazione di domicilio, vagabondaggio e accattonaggio; e diventa sempre più spesso l’incartamento delle precedenti condanne, che ogni giudice nuovo apre con aria di importanza, come se lì dentro ci fosse la spiegazione dell’uomo Moosbrugger.

Moosbrugger ha gravi anomalie del comportamento e della personalità ma non ama che ciò emerga nel processo:

Parole magiche ne aveva imparate molte nei manicomi e nelle prigioni; briciole di francese e di latino che inseriva nel discorso nei punti meno opportuni, da quando aveva capito che proprio il possesso di quelle lingue conferiva ai potenti il diritto di disporre del suo destino. Per la stessa ragione si sforzava anche di parlare durante i dibattimenti un linguaggio sceltissimo, diceva ad esempio “ciò serva di base alla mia brutalità”, oppure “me la dipingevo ancor più perfida di quanto io sia solito stimare simili femmine”; ma quando s’accorgeva che neppure questo otteneva l’effetto, assumeva di frequente una gran posa teatrale e si dichiarava ironicamente “anarchico teorico” che avrebbe sempre potuto farsi salvare dai socialdemocratici se avesse accondisceso ad accettar qualcosa da quegli infami sfruttatori giudei dell’ignaro popolo lavoratore. Così aveva anche lui una “scienza”, un dominio dove l’erudita arroganza dei suoi giudici non poteva seguirlo.
Di solito questo gli procurava, in aula, il giudizio di “intelligenza notevole”, considerazione e rispetto durante il dibattimento, e condanne più gravi; ma in fondo per la sua vanità lusingata questi dibattimenti erano i periodi gloriosi della sua vita. Di conseguenza tutto il suo odio era per gli psichiatri che credevano di poter sbrigare il suo difficile caso con un paio di parole straniere, come se per loro fosse roba di tutt’i giorni. Come sempre in simili casi le perizie mediche sul suo stato mentale barcollavano sotto la pressione del soprastante mondo concettuale giuridico, e Moosbrugger non si lasciava sfuggire nessuna di quelle occasioni di dimostrare la sua superiorità sugli psichiatri e di smascherarli, quei “ciarlatani e palloni gonfiati” che non capivano niente e se lui avesse simulato avrebbero dovuto accoglierlo in manicomio invece di mandarlo in prigione, dov’era il suo posto. Egli infatti non negava i misfatti, voleva che fossero interpretati come incidenti sfortunati di una grande concezione della vita. [..] Durante il processo, Moosbrugger mise il suo difensore nelle più imprevedibili difficoltà. Sedeva sulla panca, a suo agio come uno spettatore, gridava “bravo” al procuratore di stato quando questi lo dichiarava pericolo pubblico in un modo che gli pareva degno di lui, e distribuiva approvazioni ai testi che asserivano di non aver mai osservato in lui segni di irresponsabilità. – Lei è un tipo originale, – lo lusingava di tanto in tanto il giudice che dirigeva il dibattimento, e tirava coscienziosamente i lacci che l’imputato s’era messo da solo. [..]
Per Ulrich era soprattutto attraente la constatazione che egli aveva un piano di difesa vagamente delineato. Non aveva avuto l’intenzione di uccidere, e per motivi di dignità non ammetteva d’essere infermo di mente; [..] a quanto pareva, pretendeva che il suo delitto fosse considerato politico, e a volte dava l’impressione di non lottare per sé ma per quella sua costruzione giuridica. La tattica che il giudice gli opponeva era la solita, quella cioè di vedere in ogni atto dell’assassino i suoi sforzi goffamente astuti per sottrarsi alla propria responsabilità. [..] Ulrich capiva bene la rassegnata filosofia con la quale Moosbrugger in tali momenti accusava la propria istruzione insufficiente che gli impediva di districare quella rete di incomprensione, il che però nel linguaggio del giudice sonava, in tono enfatico di rimprovero: – Lei riversa sempre la colpa sugli altri! – Quel giudice riuniva tutto in un fascio, prendendo le mosse dai rapporti di polizia e dal vagabondaggio, e lo dava come colpa di Moosbrugger; per Moosbrugger invece era un insieme di singoli fatti non collegati fra loro, ciascuno con una causa diversa che stava al di fuori di lui, chi sa dove nel mondo. [..] Per il giudice, Moosbrugger era un caso speciale; per sé egli era un intero mondo, ed è molto difficile spiegare un mondo in maniera persuasiva. Erano due tattiche che si combattevano, due unità e due logiche; ma Moosbrugger si trovava in svantaggio, perché nemmeno uno più intelligente di lui avrebbe saputo descrivere i suoi bizzarri fantomatici motivi. Derivavano direttamente dall’aggrovigliata solitudine della sua vita, e mentre tutte le altre vite si fan valere cento volte – viste allo stesso modo da chi le vive e da chi ne è testimonio – la sua vera vita esisteva solo per lui. Era come una nebbia che continuamente muta contorni e forma. Certo avrebbe potuto chiedere ai suoi giudici se la loro vita in sostanza fosse poi tanto diversa. Ma non gli venne neppure in mente. Davanti alla giustizia tutto ciò che nel suo succedersi era stato tanto naturale appariva a un tratto in una simultaneità senza senso, ed egli si sforzava con gran fatica di introdurvi un senso che non doveva cederla in nulla alla dignità dei suoi illustri avversari. Il giudice appariva quasi benigno nella sua premura per assecondarlo e per suggerirgli idee, anche se eran tali da esporre Moosbrugger alle più terribili conseguenze. Era la lotta di un’ombra contro la parete, e alla fine l’ombra di Moosbrugger vacillava soltanto, lugubremente. Ulrich assisteva a quell’ultima udienza. Quando il presidente lesse la perizia che lo dichiarava responsabile, Moosbrugger si alzò ed annunziò alla corte: – Sono soddisfatto e ho conseguito il mio scopo -. Gli rispose un’incredulità ironica negli occhi degli astanti, ed egli aggiunse stizzito: – Poiché sono riuscito a farmi considerare colpevole, mi dichiaro soddisfatto del procedimento! – Il presidente, che adesso era tutto severità e castigo, gli diede un rabbuffo e gli fece notare che la corte non sapeva che farsi della sua soddisfazione. Poi gli lesse la condanna a morte, proprio come se alle assurdità che Moosbrugger aveva detto durante tutto il processo con grande spasso dei presenti, si dovesse ora ad un tratto rispondere seriamente. Stavolta Moosbrugger non disse nulla, perché non sembrasse paura. Il processo venne chiuso, e tutto fu finito. Allora però il suo spirito cedette; egli arretrò impotente contro la boria degli incomprensivi; si voltò, che già le guardie lo conducevano fuori, annaspò per trovar le parole, alzò le braccia al cielo e gridò con voce che ignorava gli scrolloni delle guardie: – Sono soddisfatto, anche se debbo confessare che avete condannato un pazzo!
Era un’inconseguenza; ma Ulrich rimase senza fiato. Questa era follia evidente; e certo null’altro che un contesto deformato dei particolari elementi dell’essere. Era oscuro e frammentario; ma Ulrich pensò: se l’umanità fosse capace di fare un sogno collettivo, sognerebbe Moosbrugger. Si calmò soltanto quando “quel miserabile pagliaccio dell’avvocato difensore”, come l’ingrato Moosbrugger l’aveva definito in una delle udienze, annunciò che avrebbe presentato ricorso in Cassazione per qualche vizio di forma, mentre il gigantesco cliente veniva condotto via.

Ciò che a noi può sembrare un episodio surreale, può essere del tutto ordinario in certi contesti storici o territoriali. I principi che costituiscono il nostro attuale patrimonio giuridico sono il frutto di un lungo percorso di maturazione della coscienza collettiva e legislativa. Musil scrive tra le due guerre, quando la cultura giuridica europea elaborava le prime riflessioni in tema di non imputabilità del soggetto incapace di intendere e volere, accogliendo il principio nei codici nazionali (incluso quello italiano). E’ una letteratura destinata a influire sul sentimento collettivo del ventesimo secolo.

Immagine di copertina, presa dal web: Chomo, L’ECOLE SILENCIEUSE.

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