Il paese dei gatti

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Free to run di Pierre Morath

Il documentario di Pierre Morath (Svizzera / Francia / Belgio, 2016) è stato proiettato al Festival dei Diritti Umani a Milano, e uscirà nella sale italiane a giugno, distribuito da KitchenFilm. Il film ripercorre la storia del running e di tutti coloro che hanno contribuito ad affermare i diritti dei runners: per la introduzione delle maratone nelle competizioni agonistiche, per il riconoscimento di compensi ai runners al pari degli altri atleti, e, naturalmente, per la partecipazione delle donne alle competizioni agonistiche. Sono commoventi le immagini che ritraggono Kathrine Swizter in corsa durante la maratona di Boston del 1967, letteralmente inseguita da uno degli organizzatori che tentò di bloccarla e strapparle la pettorina. In quella occasione Kathrine si era iscritta indicando solo le iniziali del nome, lasciando presumere di essere un uomo agli uffici preposti al controllo. Terminò la gara grazie al suo allenatore e al suo compagno, che la difesero dalla aggressione, ma naturalmente qualche giorno dopo le fu comunicata la squalifica, perché donna.

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Ma le immagini più commoventi sono quelle della maratoneta svizzera Gabriela Andersen-Schiess, che durante la prima maratona femminile delle Olimpiadi, a Los Angeles nel 1984, ha portato a termine la gara nonostante un malore. Costretta quasi a zoppicare e allo stremo delle forze, ha avuto un solo obiettivo: tagliare il traguardo. Era ben consapevole che quella era la sola occasione di partecipare a una maratona olimpica (la prima di lunga percorrenza riservata alla categoria femminile). Guardando quelle immagini diventa chiaro cosa significa correre liberi, dai tempi, dai risultati, dalle prestazioni, in totale solitudine con se stessi e con le proprie forze. Sensazioni che tutti i runners ben conoscono. “Sono vivo, sono qui”: è lo slogan che sentiamo spesso nel film. E’ una sensazione così misteriosa e difficile da comunicare, eppure così immediata e naturale. Chi corre non può evitare di pensarlo: sono vivo, sono qui.

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Forse si può credere che correre in strada sia la cosa più naturale e ovvia del mondo, ma il documentario ci ricorda che non è così. Il regista, atleta, ma anche storico, traccia un affresco delle tappe che hanno condotto la società da un sistema in cui chi correva liberamente al di fuori di un circuito agonistico (ciò che oggi chiamiamo banalmente jogging) era considerato “strambo” nel migliore dei casi, al nostro mondo,  dove correre all’aperto è assolutamente normale.

Perché corriamo? Non è solo questione di forma fisica, c’è molto di più. Poche altre esperienze sono in grado di porci davanti a noi stessi con la stessa facilità e immediatezza. È probabilmente una delle attività più istintive e arcane dell’uomo, e ancora oggi non smettiamo di porci domande su come la corsa opera su noi stessi. Vedetelo questo documentario, vi affascinerà se ancora non correte e vi commuoverà se già lo fate.

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