Il paese dei gatti

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Il naufragio concedimi Signore

#Recensione Benedizione di Kent Haruf

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La poesia conclusiva, intitolata Preghiera,della raccolta Allegria di Ungaretti (originariamente Allegria di naufragi) recita:

Quando mi desterò

dal barbaglio della promiscuità

in una limpida e attonita sfera

Quando il mio peso mi sarà leggero

Il naufragio concedimi Signore

di quel giovane giorno al primo grido

Sono versi che, credo, invocano quella fine che non pone limiti, che non è un punto definitivo (infatti la poesia non ha punteggiatura).

Di che genere di fine parla, Ungaretti? E’ difficile parlare della fine, perché chi ne ha fatto davvero esperienza non è sopravvissuto per poterla narrare, e quindi dobbiamo accontentarci delle testimonianze di chi la ha intravista, poco prima di affrontarla. La fine è una cosa che è evidentemente estranea a noi, eppure si impone testarda, come solo i fatti sanno essere. Può essere traumatica o una dolorosa deriva, certamente in ogni caso mantiene il suo mistero. Proprio tra le pieghe di qualcosa di incomprensibile si annuncia la promessa cristiana della resurrezione. E che cosa è poi questo evento? Dalla attenta e paziente penna del Papa emerito Joseph Ratzinger (Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione) apprendiamo che:

  • Gesù non è uno che sia ritornato nella normale vita biologica e che poi, secondo le leggi della biologia, debba un giorno nuovamente morire.

  • Gesù non è un fantasma (uno “spirito”). Ciò significa: non è uno che, in realtà, appartiene al mondo dei morti, anche se può in qualche modo manifestarsi nel mondo della vita.

  • Gli incontri con il Risorto sono, però, anche una cosa diversa da esperienze mistiche, in cui lo spirito umano viene per un momento sollevato al di sopra di stesso e percepisce il mondo divino e dell’eterno, per poi ritornare nell’orizzonte normale della sua esistenza. L’esperienza mistica è un momentaneo superamento dell’ambito dell’anima e delle sue facoltà percettive. Ma non è un incontro con una persona che dall’esterno si avvicina a me. Paolo ha distinto molto chiaramente le sue esperienze mistiche […] dall’incontro con il Risorto sulla via di Damasco, che era un avvenimento nella storia, un incontro con una persona vivente.

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Tutte queste osservazioni delineano in negativo ciò che è la resurrezione: non è questo, e non è nemmeno quello. Ma cosa si può dire, in positivo? Ancora Ratzinger scrive:

Essa è un evento dentro la storia che, tuttavia, infrange l’ambito della storia e va al di là di essa. [..] una specie di radicale salto di qualità in cui si dischiude una nuova dimensione della vita, dell’essere uomini.

Anzi, la stessa materia viene trasformata in un nuovo genere di realtà.

Ebbene, è questa la promessa suprema che non è posto un punto alla nostra vita, la morte non è la punteggiatura conclusiva, il male non trionfa per sempre, il bene non soccomberà. L’interrogativo fondamentale è però un altro? Sempre Ratzinger ce lo ricorda.

Ma, riguardo all’attesa del ritorno del Signore, come stanno le cose nell’esistenza cristiana? Lo aspettiamo volentieri, oppure no?

La risposta però esula dal tema di questo articolo, e la lasciamo aperta, così come la ha lasciata l’Autore.

Eppure la fine esiste, e tante cose terminano senza più ritornare: non come le abbiamo conosciute su questa terra. E rispetto a ciò, appare molto più vicina alla nostra esperienza quella scena del Vangelo dove Maddalena incontra Gesù. Lei non lo riconosce, ma poi sì e si avvicina per toccarlo. Lui si ritrae e pronuncia le note parole “Non mi toccare”. Neppure la resurrezione ci restituisce ciò che amavamo, nella forma e nel modo in cui lo amavamo.

E’ raro che un’opera letteraria o cinematografica rappresenti il momento di un uomo in cui tutto viene perduto. Il mondo poco a poco si spegne attorno a una persona. E’ il caso di L’ultimo dono, di Sándor Márai (edito Adelphi). Che in effetti non è un romanzo, ma un diario reale, scritto dall’Autore negli ultimi anni della sua vita, conclusasi suicida. La scrittore infatti si tolse la vita a pochi giorni dal suo novantesimo compleanno, dopo aver vissuto la malattia degenerativa della moglie, la morte del figlio, e una consapevolezza sempre più vivida della estraneità crescente nel mondo che lo circondava. Tutti i suoi pensieri sono stati annotati e pubblicati, in un’opera che non siamo sicuri lui avesse immaginato come rivolta al pubblico dei lettori. Però ora la abbiamo, ed è nel nostro patrimonio letterario. Una testimonianza verace sulla solitudine, la morte e la vedovanza, così descritta: “Ora so cosa è: è quando si deve andare avanti, anche quando tutto è finito“.

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Ecco alcune delle ultime parole annotate:

Un po’ di tenerezza mi farebbe bene, ma non mi fido di nessuno. [..] La memoria è incerta, i ricordi riaffiorano – quasi plasticamente – da grandi lontananze, ma ogni tanto non ricordo quel che è accaduto cinque minuti fa. Non respingo la morte, ma neanche la desidero.

I primi sintomi del disfacimento di una esistenza sono i fantasmi. Compaiono in sogno, o in dormiveglia, concretissimi. E’ così con la hot line di Sándor, un canale onirico in cui la moglie, tra le tre e le quattro del mattino, gli racconta “tutto“. E’ così per Dad, il protagonista di Benedizione, di Kent Haruf, un racconto delle ultime settimane di un anziano marito e padre, che osserva il mondo e la sua vita mentre la malattia segna il conto alla rovescia. Mano a mano che la lucidità sulla realtà lo abbandona, si intensificano le visite dei defunti genitori e del figlio, resosi irreperibile da anni. Benedizione, il romano conclusivo della Trilogia della pianura dell’Autore, ma il primo pubblicato in Italia da NN Editore. Una narrazione delicata e sobria che racconta la fine di una vita e l’intrecciarsi dei destini e degli affanni di chi ancora vive, a tempo indefinito. Dai preziosi attimi di vissuta amicizia tra tante donne di diverse generazioni (attimi fatti di niente, ma forti della sostanza dell’infinito), alla battaglia solitaria del pastore della comunità (che non riesce a comunicare la verità del messaggio evangelico del perdono) fino al tormento adolescenziale del figlio, reduce da una situazione famigliare difficile e una delusione d’amore. Pubblicato nel 2013, per la prima volta in Italia nel 2015, Benedizione segna la letteratura contemporanea con un racconto apparentemente in sordina, attento ai risvolti impercettibili che rendono una esistenza autentica: i valori, gli affetti, le abitudini, l’amore.

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Nel pieno delle forze, ci affanniamo tanto attorno alle nostre esistenze, ma come accade che poi tutto volge alla deriva e le cose vengono lasciate andare?

Una importante narrazione cinematografica è nel film di Michael Haneke, Amour, del 2012: la storia di due anziani coniugi che affrontano, e subiscono, la malattia di lei, degenerativa della memoria, che li priva prima della libertà motoria, poi della memoria, condivisa. Una nuova prova a cui sono chiamati, di riconoscersi. E poi il divieto di “toccarsi” così come hanno fatto per una vita intera. Fino alla tragica conclusione, nella incomprensione totale da parte del resto del mondo, e soprattutto della figlia, spettatrice impotente.

Mi ritornano in mente quelle parole di Giorgio Manganelli, in un articolo del Corriere della Sera del 1984, ora riedito da Quodlibet (Antologia privata, nella collana Compagnia Extra n. 44), a proposito della misteriosa estinzione dei dinosauri:

Cento milioni di anni sono molti, forse troppi; un giorno – magari un giovedì piovoso – un genio dinosauro concluse che era  una gran fatica  esser padroni di un mondo incomprensibile; e allora cominciarono, tutti d’accordo, a morire.

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