Il paese dei gatti

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Il masochismo secondo Edoardo Albinati

Prosegue la lettura delle intense pagine di La scuola cattolica, di Edoardo Albinati. Il libro contiene le riflessioni e i ragionamenti dell’Autore su molti aspetti che riguardano la nostra vita, la nostra crescita e la società: la fanciullezza, l’educazione, la formazione, l’identità maschile e femminile, la scuola, la religione, l’educazione religiosa, il celibato dei preti, l’amore, la famiglia, le istituzioni sociali.

Tutto è prodromico e necessario per introdurre e raccontare quello è stato il terribilmente noto Delitto del Circeo.

In queste pagine, l’Autore riflette sulla natura masochista dell’uomo. Non in quanto essere umano, ma proprio uomo Maschio.

Anche questo testo è lungo, ma per favore, leggetelo (il grassetto e sottolineato è mio).

Ed ecco, sì, tutto il mondo appare, tutto il mondo si rivela all’improvviso masochistico: la frusta fatta schioccare dal vetturino, il pizzico sul mento che l’allievo riceve dal maestro, la vista di donne imponenti, dal largo seno e dai fianchi debordanti, che affollano le strade dondolando su scarpe a zeppa; sì, le donne, malgrado siano mediamente di taglia più piccola rispetto ai maschi, possono apparire immense, grandeggianti, e incutere un gradevole e morboso senso di inferiorità non tanto per la loro figura complessiva quanto per alcuni elementi di cui è composta, che lo sguardo maschile è abituato a scorporare ed esaminare a parte, come, ad esempio, il culo.Forse solo per questo desta ammirazione mista quasi a sgomento, e alla necessità di reagire, sì, di reagire in un modo o in un altro, lasciandosi andare a commenti volgari o iperbolici o estasiati oppure rivolgendo altrove lo sguardo come per sfuggire a una visione pericolosa, oppure prendendo iniziative più spicce e addirittura brutali, la vista dei grossi seni e dei grossi sederi delle donne, più grossi sono più la reazione di entusiasmo, sgomento, ilarità, eccitazione sarà convulsa, non perché siano belli, appunto, quei seni e quei sederi, non perché siano particolarmente belli (e se sono davvero grossi di rado lo sono), non hanno niente a che fare con la bellezza, perché ciò che attira e suscita l’emozione maschile sono solo le dimensioni, nei confronti delle quali i maschi, esibendo l’illusoria sicurezza di poterle facilmente possedere, dominare, vivono in realtà un masochistico senso di sottomissione e inadeguatezza.I loro commenti volgari questo, in realtà, significano: impotenza, un isterico segnale di impotenza mascherata da virilità, che a parole promette chissà quale impresa sessuale ma in verità gode nell’essere squalificato in un confronto impari con quei fenomeni. Non esiste maschio che possa davvero sfidarle, certe tettone, contenerle nelle proprie mani, reggerle, misurarle: esse non hanno misura e anzi, idealmente, continuano ad aumentare di volume. Per questo (geniale intuizione) il giovane Federico di Amarcord invece di succhiare le enormi zinne che la tabaccaia gli porge, o meglio, con cui lo ricopre, lo sommerge, invece che succhiarle, soffia. Soffia per respingerle, per resistere contro quell’immensità femminile che gli cala addosso, discendendo da una fantasia maschile ma realizzandola all’estremo, come in un incubo. Soffia per farle diventare ancora più grosse. A forza di gonfiarle nelle fantasie erotiche, quelle proiezioni maschili spinte ben oltre la caricatura, quelle forme spropositate si scopre che esistono davvero e dal regno dei desideri tornano per così dire a vendicarsi di chi le aveva immaginate, come i mostri nel film Pianeta Proibito, e che sono state inventate dalla natura (la quale ha già di suo una fatale tendenza al mostruoso) ben prima che dai disegnatori di manga. Come per le sagome e le taglie diverse delle varie razze canine, e con il decisivo contributo della progettualità umana che vuole realizzare i suoi disegni anche se folli, esiste una incredibile varietà di forme anatomiche femminili, così vasta da formare delle categorie autonome dai corpi che, per così dire, le ospitano, e del cui profilo sono un tratto decisivo. L’occhio maschile, al di là di ogni interesse o disinteresse erotico, resta sbalordito dal corpo femminile.Sbalordito, sì, questa è forse la parola giusta. Da quello che al corpo femminile manca, certo, come vogliono i manuali di psicanalisi ormai vecchi di un secolo (ed è forse per questa ragione che parecchi frequentatori di prostitute si siano negli ultimi tempi così affezionati ai transessuali, e si trovino così a loro agio, poiché a essi non manca proprio niente…), ma soprattutto da quello che esso ha in più, quelle forme fenomenali, meglio se grossi, grossissimi, enormi (quando leggo in certi annunci erotici che una signorina promette “pneumatic bliss”, per citare il poeta, con una taglia sesta di reggiseno, inizia a girarmi la testa… ), perché sono la prova di una reale mostruosità. Più che un oggetto di desiderio, dei seni ipersviluppati sono una prova a carico.Per chi viene attratto dalle donne detestandole, cioè, ne è attratto proprio perché le detesta e trova detestabile il ricatto dell’attrazione che prova, e dunque vuole punire chi lo provoca, qualsiasi sia la forma del loro seno diventa una provocazione, e scatena rabbia o dileggio; se sono piccoli, fanno ribrezzo e si può solo riderne, se sono normali li si vorrebbe più grossi, se sono belli intimidiscono e vien voglia di deformarli, per fare cessare la loro insolente, svettante bellezza, se sono grossi e pesanti sembrano ideali da maltrattare, schiacciare, colpire, giocarci in modo brutale, umiliando, mortificando la donna che si porta a spasso quei palloni di carne… Dunque in generale è il seno in quanto tale a segnalare l’abnormità del corpo femminile, il suo eccesso. Una diversità che potrà attrarre, soggiogare, intimidire, infastidire, far venire voglia di starne alla larga o di attaccarvisi, di fondersi con essa, di accanirvisi contro, di cancellarla, distruggerla…

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Salvador Dalì – La guerra civile spagnola

[…] (Come ho già detto, non ho mai capito la teoria classica, cioè quella della menomazione femminile e dell’invidia che le donne dovrebbero provare per ciò che non hanno: un sentimento che a me non è mai, dico mai accaduto di riscontrare in loro, mentre ho provato personalmente e ho condiviso con diversi uomini la sensazione di trovarsi di fronte a una sovrabbondanza femminile, a un volume, una potenza espressa prima di tutto nelle forme fisiche… l’architettura ampia della pelvi, la prosperosità del seno, i capelli…)
Ebbene sì: il coito di cui un tempo le donne erano obbligate a dire che vi erano obbligate, che non lo facevano per il loro piacere eccetera (e parecchie di loro lo pensavano davvero tanto il comandamento era radicato in profondità), anche per molti maschi è un dovere, più che altro. Un compito da espletare. Invece che per fare piacere a Dio, come recitava la filastrocca, i maschi lo fanno perché temono il giudizio crudele della propria donna, delle donne e per esteso quello dell’intera società. Un maschio impotente o, forse quasi peggio, disinteressato al sesso, che uomo è?

[…] la magra consolazione di quelli, come me, che venivano arruolati per la naja dopo aver sperato a lungo di farsi riformare, consisteva nell’antico motto “Ragazzo, chi non è buono per il Re, non è buono per la Regina”. Traduzione per un’epoca repubblicana che ha smarrito non solo lo spirito bellico, ma tutta la retorica connessa: “Se non ti prendono come soldato, vuol dire che sei finocchio”; ma io preferisco rovesciarla in modo che la sua banalità si riveli più perturbante, capace di minare l’intera vita di un uomo a partire dalle sue prestazioni sessuali: “Se non sei buono per la Regina (cioè a letto), non sei buono per il Re (cioè per tutte le attività dove è richiesto che ti comporti da uomo)”. La vergogna di non riuscire a soddisfare una donna (“Tre milioni di italiani soffrono di problemi” eccetera eccetera…) sarebbe seconda solo alla vergogna di nemmeno desiderarlo.
Ai tempi in cui si svolge questa storia, un ragazzo che non s’interessava alle donne otteneva scarsa considerazione, si badi bene, da parte di entrambi i sessi, uomini e donne, ragazze e ragazzi: tutti lo compativano se non addirittura disprezzavano.

[…] Si immagina che le donne in quanto sesso debole perdano i sensi più di frequente degli uomini. Non è vero. Allo stesso modo si è teorizzato che quello femminile sia il genere masochista per natura. Non è vero nemmeno questo.Il masochismo è diffuso equamente tra i sessi e non è difficile convincere le donne a interpretare il ruolo dominante nel caso non vi siano già portate per carattere. È una
richiesta tipica che gli uomini rivolgono loro in privato anche quando ci tengono a far credere in pubblico di essere loro a mantenere il controllo. Le donne ci sono abituate. Ci sono così abituate che la loro prevaricazione diventa sottile e invisibile. […]

Il masochismo è infatti una struttura portante del mondo, forse dell’intero universo, ma sicuramente della società umana, tutta fondata su atti di masochismo. Beat, prick, scold or caress: azioni diverse per grado che si fondono l’una nell’altra. In modo letterale o metaforico, un’incalcolabile quantità di persone gradisce essere angariata, conculcata, sottomessa e seviziata, solo che a questo trattamento si alterni e mescoli, ogni tanto, qualche carezza. La carezza finale cambia di segno alle percosse, mutandole in gesti di cura e di attenzione.Così la gente va a ficcarsi apposta in situazioni penose, accoppiandosi, sposandosi, aderendo a un partito, unendosi a gruppi e bande dove si viene governati con lacrime e sangue da capi carismatici, che talvolta hanno il nome di maestri o amici, oppure ci si ritrova suo malgrado, per puro caso, perché la vita va così, ma ben presto si adegua, e adeguandosi finisce per godere dei soprusi che subisce, finisce per amarli e desiderarli. Levandoglieli di colpo, soffrirebbe. Senza sofferenze, soffrirebbe. Il peso della prevaricazione, se venisse d’un tratto sollevato, sarebbe avvertito come un vuoto intollerabile.

[…] Ma la pressione più dolce da sopportare, il dolore più piacevole da sentire applicato sul proprio corpo e sul proprio spirito, è quello che ci infliggono tutti e che tutti sono pronti a infliggerci. Niente è delizioso per un masochista come il tutti contro uno.

[…] Tutto il Medioevo, e non solo quello ascetico, da ristudiare alla luce del masochismo, qui, subito. Che bello farsi sanguinare il cuore, farselo strappare, lasciarsi scorticare vivi! E non si tratta affatto di metafore. […] Piacevole pena, delizia nel supplizio, lassù, in cima alla croce. Considerare, prego, il purissimo masochismo di quasi tutta la poesia amorosa (direi, con l’eccezione di Ovidio: l’algido Ovidio) dove chi scrive viene puntualmente bistrattato, e ne gode, come ne gode! […] Nell’essere crocifissi non sta la più alta forma di grandezza? Nell’essere gonfi d’amore non si sperimenta l’irreversibile dissoluzione del confine tra piacere e dolore? Così come nel rinunciarvi, nel rinnegare la propria passione? Cos’altro sarebbe l’abnegazione se non questo? È masochistica sempre e comunque la dipendenza di un individuo da un altro. Tale sottomissione conduce che si trova sotto il suo giogo ad atti dolorosi che vanno contro i propri interessi e la propria salute e spesso si spingono oltre ogni morale e ogni legge. Atti osceni, degradanti, distruttivi e autodistruttivi. Di nuovo, è una questione di intensità: tutti proviamo un identico sentimento di dipendenza, quello di non poter vivere se una determinata persona non esercita su di noi un qualche influsso che può essere benevolo ma anche severo, brutale, autoritario, e purché questo non venga meno saremmo disposti a tutto, anzi no, a quasi tutto.

Il passo ulteriore è abolire quel quasi.

[…] Del resto sarebbe masochismo anche rifiutare o rinnegare l’amore. L’amore che accetta la tirannia dell’amato diventa amore della tirannia in quanto tale, l’emozione che si prova verso la persona che domina si trasferisce tutta all’esercizio del dominio in quanto tale, e il piacere connesso scaturisce dall’essere dominati: non importa più quello che la persona è ma esclusivamente quello che fa,o per meglio dire, che ci fa. Se la persona colpisce e umilia, si amano i colpi e le umiliazioni. 

[…] Comandare è eccitante, ma mai quanto obbedire.

Vista dall’altro lato, l’impulso a impressionare l’oggetto del desiderio, o della curiosità, nel modo più profondo e duraturo, cioè di cambiarlo, di stimolarlo, di sconvolgerlo, tipico di ogni slancio sessuale, può degenerare nella tentazione e poi nella smania di infliggergli dolore, che fra tutti gli stimoli è il più violento ma soprattutto è quello che con minor sforzo e scarsa inventiva si può provocare.
Non sono certo che una mia battuta potrà divertire una ragazza o un mio sguardo affascinarla, ma di sicuro uno schiaffo o un pugno la faranno piangere. Il dolore è un effetto garantito di determinate iniziative, mentre il piacere non si genera con altrettanta meccanicità, [..]

Può darsi che l’opzione per il dolore sia solo questo: una scorciatoia, il modo più spiccio per rapportarsi, per avere una risposta dai nervi dell’interlocutore, oppure un surrogato.

[…] fare strillare di dolore e terrore la propria vittima è un gioco da ragazzi. Alla portata di chiunque. Ancora una volta, le cose positive si dimostrano più articolate e complesse di quelle negative. Ti farò del male, dunque, perché non mi ci vuole niente a fartelo. [..] E come con un impianto di amplificazione: anche se la musica non verrà mai ascoltata alla massima potenza degli altoparlanti, perché assorderebbe e basta, viene la tentazione di girare la manopola fino in fondo, a fine corsa. È un esperimento. Si vede fin dove si può arrivare. Si può arrivare molto in là. Ma non se ne è sicuri finché non lo si verifica. Nessuno può dire, prima di averla messa alla prova, a che livello possa giungere la propria brutalità, a quale intensità la sofferenza altrui, le grida di una ragazza. Quanto forte potrà gridare prima di smettere di gridare?

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Salvador Dalì – senza titolo

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