Il paese dei gatti

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Porca l’oca

#Recensione di La Scuola Cattolica, di Edoardo Albinati

Impossibile scrivere una recensione. Troppo vasto il tema, già troppo e meglio recensito il libro. Sarebbe come recensire Guerra e Pace: è sensato volerlo raccontare con sistematicità o, peggio, analizzare, senza essere un tecnico della materia, dopo tutto quello che è già stato scritto, ad altissimi livelli? Lo so che La scuola cattolica non è stato scritto due secoli e mezzo fa, ed è praticamente una novità editoriale (ancora lo è? Per me sì, anche se so che per molti non è così, i tempi commerciali vanno veloci, velocissimi) e quindi non può essere stato scritto già così tanto.

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Ma anche se non ho fatto una ricerca sistematica su tutto quello che è stato scritto finora, lo so comunque, che è stato scritto tanto, da penne qualificate (critici, professori, studiosi). Lo so, perché ha vinto il Premio Strega 2016 e perché è un librone. So per certo che anche soltanto queste due caratteristiche hanno attirato l’attenzione delle menti e delle penne migliori. Un esempio per tutti, la recensione pubblicata su L’Indice dei Libri (che a sua volta ne richiama un’altra de L’Internazionale). Recensioni con cui io peraltro non concordo nella sostanza, in generale e anche su alcune considerazioni particolari (in questo libro mancano le donne…? mancano le vittime… ?! ma le vittime non mancano sempre? Non sono quelle che, per definizione, non ci sono più?). D’altra parte non concordo nemmeno con molte considerazioni dell’Autore stesso (più che altro inerenti la dimensione del perdono, tema complesso, intricato. Non condivido la posizione ultima dell’Autore – o meglio, non me la sento ancora di condividerla; voglio provare a resistere, un altro po’ – , ma la comprendo, totalmente). Ma non è questo il punto. In letteratura il punto non è mai essere d’accordo con quello che si legge, aderire, crederci. (E poi, vogliamo davvero attribuire un valore letterario in base al fatto che Il paese dei gatti, per esempio, sia d’accordo con il contenuto sostanziale di un libro? Mi auguro di no. Eppure spesso si applica questo criterio. Un blog – geniale e divertentissimo – aveva collezionato le recensioni fatte in questo modo). E dunque mi limiterò a una breve riflessione da lettrice (tale sono, né di più, né di meno).

Tra queste storie ce n’è ancora una che mi riguarda più da vicino (giunti fin qui, vorrei poter dire che ci riguarda)

Per questo libro fa molta differenza essere un lettore oppure una lettrice (ha ragione l’Autore: una avvocato dei Parioli ha più affinità con una contadina pakistana che con uno scrittore del QT di Roma). Per una lettrice è una lettura non lascia indenne. E’ una lettura disintegrante, colei che legge l’ultima pagina non è la stessa lettrice che ha letto l’incipit. E’ vero che la narrazione gira intorno a un buco nero fino ad avvitarsi su se stessa. Ma la incoerenza dei temi trattati è soltanto apparente. O meglio, lo è nella misura in cui gli stessi incubi sono incoerenti nel loro tessuto costitutivo. Storpiando Shakespeare, queste pagine hanno la stessa consistenza degli incubi. E se ciò non ha senso, o è incoerente, è perché il libro obbedisce alle regole degli incubi febbricitanti.

L’incubo che dà avvio al libro, intorno a cui si avvitano tutte le pagine che lo compongono, incluso il DdC, in realtà non è quest’ultimo, ma la vicenda di Cassio. Gli Arbus sono i veri protagonisti del libro, coloro a cui è dedicato, coloro che lo hanno ispirato. Un inno di amore ai fratelli Arbus.

#Albinati La scuola cattolica #libri #pagine #cosemaistate

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Esistono libri che devono gridare qualcosa. Qualcosa di essenziale che non può essere detto, ma gridato, con urgenza e forse anche una sfumatura di inevitabile isterismo. Ho in mente Cecenia. Il disonore russo della Politkovskaja, con la introduzione di Roberto Saviano, che dice proprio questo, “Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura“. E non a caso forse La Scuola Cattolica si conclude con una cocente febbre infantile. La febbre arriva con un germe: l’urgenza di denunciare la Ingiustizia.

Il libro è un lungo e continuo grido di dolore e protesta contro l’ingiustizia. Una ingiustizia che corre sul crinale del divino e del terreno. Possiamo discutere se l’esistenza del male sulla terra sia in una ingiustizia definitiva (perché Dio permette questo? Tema ampiamente dibattuto, da sempre). Ma quando la domanda si rivolge alla giustizia terrena, il discorso (e le reazioni) cambiano. Perché gli uomini permettono questo? La domanda è ancora più forte e impellente dell’altra, speculare: perché gli uomini commettono questo? Albinati impiega molte, moltissime pagine nel descrivere quello che è accaduto dopo il DdC, elenca i reati poi commessi dalle medesime persone, il loro riconoscimento in società, la loro “carriera”. Perché tutto è potuto accadere?

Quando il Narratore protagonista scopre la identità di Perdìta, immagina di girarsi verso il suo amico Arbus, che gliela ha appena rivelata, e di colpirlo con la caffettiera che tiene tra due dita. Non lo fa. Ma tutto il libro assomiglia così tanto proprio a quell’immaginato e desiderato colpo di caffettiera in pieno volto.

Non è vero che le vittime sono assenti. L’Autore è la vera vittima, e ci consegna il suo personale grido; a noi tutti, che portiamo il fardello di una colpa universale.

So che 1300 pagine intimoriscono, ma non siate pavidi. Leggetelo.

Prospettive #Rome

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Una volta, al termine della presentazione di Non luogo a procedere al Salone di Torino, Ermanno Paccagnini ha chiesto a Claudio Magris se si fosse reso conto di che libro avesse scritto. Rivolgerei la stessa domanda all’Autore di La Scuola Cattolica.

Edoardo, Ti sei reso conto di che libro hai scritto?

Qui trovate l’intervista con l’Autore.

Qui e qui vi riporto qualche brano.

Sarolta Bán

Sarolta Bán

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