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Giove e Io

Giove e Io – Correggio

Di questo mito esistono diverse versioni. Alcune esaltano la passione dei due amanti. La sacerdotessa Io sarebbe stata trasformata in una candida vacca dalla gelosa Giunone e Giove avrebbe continuato ad unirsi a lei trasformandosi in toro. La storia è certamente commovente: una metamorfosi (quella di Giove) per rendere possibile ciò che un’altra metamorfosi ha reso impossibile (quella “commissionata” da Giunone). La passione che supera ogni ostacolo.

Quella narrata da Ovidio, invece, è per me implacabile e crudelissima, per la povera Io. E’ chiaro che il protagonista assoluto e irriducibile è il rapporto coniugale. Giove e Giunone. Esistono solo loro. Tutto il resto sono variabili eventuali e temporanee che ruotano attorno. Di che cosa è fatto questo legame indissolubile, che l’uomo e nemmeno gli dei possono separare: ostinato orgoglio? eterna presa di posizione? oppure autentico reale amore? forse anche questo è amore, o forse solo questo è amore.

Il dipinto ritrae Io, maliziosa e sorridente, ingenuamente giocosa, avvolta e baciata dalla nebbia “Gioviniana”. E’ l’attimo immediatamente prima della rovina. Quell’attimo di sospensione, che sembra eterno, prima di un incidente mortale.

Poco prima Giove le si era rivolto più o meno così “giovane Vergine, che renderai beato lo sconosciuto che ti avrà in sposa..” Sconosciuto? Sconosciuto a chi? Probabilmente a tutti. Giove è istituzionalmente troppo potente per non sapere già che non esisterà nessuno sposo per Io. Probabilmente intendeva dire: “che renderesti beato colui che ti avrebbe in sposa..”. L’immagine ritratta da Correggio invece è l’attimo in cui Giove la avvolge e, letteralmente, “le rapisce il pudore”. Secondo altre versioni, “l’onore”. Vale a dire, tutto ciò che Io possiede.

Ovidio non spiega la natura della attrazione di Giove (un semplice capriccio? o qualcosa di più profondo?). Ma non tarda a chiarire che Giunone nota immediatamente la insolita nebbia repentina e, cercando il suo sposo nell’Olimpo, non trovandolo, si reca dritta sulla terra, per trovare conferma di essere tradita.

Ora, è da tutta l’eternità che Giunone viene tradita, lo sarà ancora per il resto dell’Eternità. Perché è così importante stabilire se quel particolare tradimento con Io è avvenuto o no? Perché Giove stesso ha così cura di nascondere proprio quella precisa unione? La dinamica di potere fra i due coniugi è, per me, fortissima e allo stesso tempo tenerissima. Nessuno dei due retrocede dalla propria posizione. Non sono insieme, non sono una squadra, alleati. Sono unitissimi, ma uno contro l’altro. Una eternità spesa a far fronte proprio a quell’avversario. Entrambi sanno perfettamente di sapere e sanno perfettamente che l’altro sa, ciò nonostante non demordono, non si “lasciano”. Da tutta l’eternità e per tutta l’eternità si prenderanno l’impegno di mantenere vivo il legame e tener testa all’altro. Un modo per dire: “non ti lascio andare, ho ancora cura di te”. Insieme formano una macchina potentissima e implacabile, sotto i cui ingranaggi viene letteralmente e puntualmente stritolato tutto ciò che vi capita. In questa occasione, Io.

Ciò che avviene immediatamente dopo la scena del Correggio: Giove, accortosi della presenza di Giunone, trasforma in un batter d’occhio Io in una vacca. Di quelle che muggiscono, proprio. Le leva anche l’uso della parola. Giunone, che sa, ne ammira da prima la bellezza (Io è bella persino sotto le forme di una giovenca), poi, con una lucidità implacabilmente crudele, la chiede in dono. E Giove gliela consegna, tanto è importante, per lui, che i fatti non confermino ciò che nella testa di entrambi è chiaro e certissimo. Un dono di amore, letteralmente. Sul bigliettino avrebbe potuto scrivere “nonostante tutto, ci tengo a te, ho ancora cura di te”.
Giunone, terribile nella sua gelosia e vendetta, sembra non conoscere neppure i termini minimi della pietà: prende l’animale, lo consegna ad Argo, che ha cento occhi che non dormono mai, per tenerla sotto sorveglianza per sempre. La sua vita si svolgerà da quel momento fra pascoli e fiumi fangosi in cui abbeverarsi, giacigli di terra nuda dove dormire, incatenata per precluderle la fuga.
Durante i pascoli, incontrerà anche le sorelle e il padre, che avevano ormai pianto la sua scomparsa. Scrivendo con gli zoccoli nel terreno, si fa riconoscere. Il padre scoppia a piangere e le parla così, niente di meno: “Mi aspettavo da te un genero e dei nipoti. Invece ti ritrovo in queste forme e il mio dolore sarebbe stato minore se non ti avessi ritrovata affatto!“. Proprio così le dice. Non so voi, ma io non riesco ad immaginare un destino più terribile.

Tanto terribile che anche Giove (ma non Giunone) non riesce più a sopportare. Manda Ermes ad uccidere Argo e liberare la giovenca. Giunone, saputala libera, la fa perseguitare negli incubi dalle Erinni. La poverina vaga impazzita per tutta la Grecia, fino ad arrivare in Egitto. A quel punto Giove è sopraffatto dalla pietà e non tollera più un castigo tanto duro. Implora la moglie, le promette che mai, mai più volgerà le sue attenzioni alla bella Io.
Giunone sembra soddisfatta. Ha ottenuto ciò che voleva. La dedizione (espressa) totale del marito. L’unica cosa che una dea può desiderare davvero, evidentemente.

Ora, guardiamo il quadro di Correggio. Percepiamo tutta l’inquietudine e la minaccia che risiede nella oscurità di quella nuvola. Abbiamo orrore della leggera allegria sbarazzina di Io, la cui ingenuità la tiene lontana anni luce dal comprendere davvero in quali terribili dinamiche è entrata a far parte, un gioco troppo grande per lei. O forse no. Semplicemente terribile.

Ci chiediamo cosa le abbia permesso di sopportare tutto. Quale idea o sentimento la abbia tenuta viva? Ovidio non dice nulla. E Correggio? Ha scelto quell’istante proprio per mostrarci il germe da cui nascerà la forza di una ragazzina che sopravviverà alle apparentemente inspiegabili manie, ossessioni e moduli ripetitivi di due eterni coniugi? Il germe di un’altra metamorfosi, non dimentichiamo che sulle rive del Nilo, perdendo le sembianze di giovenca e riacquistando quelle umane, non si limiterà a partorire il figlio di Giove, ma diventerà essa stessa una dea e il popolo la venererà (per via delle corna di toro, qualcuno la ha identificata con Iside).
Correggio sembra quindi mostrarci l’istante che racchiude tutto, la fresca ingenuità e inconsapevolezza di una ragazza che sopravviverà e vincerà gli implacabili ingranaggi divini e, dal nulla, sola (abbandonata dalla famiglia), senza alcun aiuto, diventerà essa stessa dea. C’è da capire perché Giove abbia potuto innamorarsi di lei.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 ottobre 2010 da in Arte, Recensioni, Scrittori e artisti italiani con tag , , , .

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